12 ottobre 2012

UNA RECENSIONE DI FRANCESCO ANELLI DA “ROSSO VENEXIANO”.

Dal sito:



“(…) Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno (…)”.


Sono queste le parole con cui si può sinteticamente compendiare la poesia di Antonio Ragone, illustre artista letterato amalfitano, il cui afflato artistico è sicuramente corposo e intriso di elevati messaggi universali.
La sua forte propensione al gesto poetico ha origine assai lontana, bisogna principalmente ricercarla nell’atmosfere calde e sanguigne della sua terra natìa, dove il protagonista incontrastato è il mare. Ed è proprio in questo rapporto simbiotico che si ritrova la scintilla che ha dato vita al suo amore per l’arte.
Nella sua poesia vi sono segni evidenti di una ricerca originale, tesa sempre al recupero di quei valori personali che si sono smarriti nell’ideologie false e ricche di egocentrismi, una carica d’energia vitale e positiva.
Questo slancio frizzante e pieno di segnali universali si affianca sempre, quasi fosse un ingranaggio imprescindibile, al suo mare.
È “suo”, il possessivo perché è proprio suo: lo sente dentro, che scorre palpitando e si rivela in tutte le sue variegate forme presentandosi in tutta la sua spaventosa maestosità.
Nei versi di “La spiaggia dei vecchi” se ne ha una forte prova:



Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni…


e ancora qualche verso di seguito


Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.


Proprio in queste semplici parole, concatenate in un messaggio forte e allarmato, che il poeta pone l’accento del suo grido d’amore.
Il participio passato con valore aggettivale “vomitate”, nella sua accezione lessicale non certamente positiva, risponde ad una vera preoccupazione dell’autore nei confronti di un mare colpito dall’ignoranza dell’uomo e, non a caso, qualche parola prima va ad usare volutamente il sostantivo “spesa”, quasi volesse far intendere al lettore che il mare sia diventato un super mercato, in cui ci si trova di tutto. E se anche il significato dell’intera strofa rivela altresì la capacità del mare di celare tesori nelle sue profondità e in seconda battuta poi rigettarteli a suo comodo, tra le righe, resta evidente un messaggio di disagio.
Ma il poeta non si ferma, va oltre e, infatti nella chiosa finale, ci descrive un gioco millenario, che perdura in modo matematico… Il marinaio, pur temendo l’ira e la possanza distruttiva del mare, è costretto da un bisogno di sopravvivenza a sfidare le onde per andare a raccogliere i doni che lo stesso gli offre. È un rispettoso rapporto, dove il nauta sa che, nella generosità, troverà il suo compenso. Il mare, quindi, diventa stimolo per emozionare, per ritrovare affetti lontani e, a volte, dimenticati ma mai sopiti, per analizzare le proprie paure e per conservare sensazioni dal gusto pieno, in cui odori, gesti, parole, atteggiamenti sono la vita dell’artista…

Di altro registro è “Filastrocca della luna piena”:


E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte (…)


In questi primi versi, un’attesa, che perdura in ambito quasi sognante, si fa largo nella memoria appesa al tempo che scorre inesorabile e nel bagaglio delle reminiscenze, con lento procedere, prendono corpo immagini intense, palpitanti, che di certo sono appartenute all’artista e che ora si delineano lungo la dorsale del ricordo appagante…
E più avanti:


(…) Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena.


Qui, invece, la sua carica nostalgica diventa palpabile e la gioia delle serate passate insieme agli amici e agli affetti più preziosi prende spazio divenendo introspezione elevata, l’autore, in questo andamento temporale, sembra quasi che voglia rievocare quelle emozioni d’allora, come se le stesse nutrano ancora, a distanza di molto tempo, il suo cuore.
E forse è proprio così, da quelle reminiscenze non si è mai staccato, allontanato, non ha mai potuto farne senza, anche perché sono la sua vita… Sono istantanee che tiene nel cassetto e, all’uopo, le fa ritornare a galla attraverso la poesia…
Tra le spire della sua poesia si percepisce, concreto più che mai, un amore spassionato nei confronti della sua terra d’origine, è un bisogno impellente, un’esigenza vitale che s’espleta come un ampex memoriale, la cui forza diventa messaggio universale.
È la forza del suo mare a rendere il suo afflato elegiaco forte, passionale e melanconico. In “L’assenza”, infatti, appare chiaro sullo sfondo nebbioso di una serata o un giorno, poco importa, il suo bisogno di nutrirsi ancora di ciò che è stato fondamentale per la sua crescita interiore e, in una presentazione oltremodo marittima, fa una riflessione carica di tristezza ma al contempo lucida e razionale:


Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli. (…)


In questa considerazione, come si appalesa dal tono dimesso dei versi, si coglie bene la tristezza del suo pensare, evocata dalla descrizione scarna ma puntuale del palcoscenico su cui il suo razionalizzare si muove.
In quelle parole, equilibrate, precise, lessicalmente efficaci, l’ansia prende corpo evidenziando tutta la sua dirompente gravità, si rende conto consapevolmente che quei momenti non ci sono più, quegli attimi così avvolgenti non potranno più essere vissuti, ma, nonostante ciò, al solo evocarli il cuore riprende vita…
A questo punto, è logico ipotizzare che la poetica di Ragone sia vissuta e metabolizzata come un periplo avvincente, appassionante, dove il mezzo usato non è un battello o un legno galleggiante, ma bensì la memoria.
In tale viaggio i colori, le emozioni, la consapevolezza, i pareri celati e il variegato spettro dell’illusioni diventano inevitabilmente mosaico caldo di un animo sensibile, ove si rivede, esaltato in piena luce, uno sviluppo interiore.
Un tragitto preciso, a volte anche tortuoso, problematico ma sempre indirizzato alla ricerca dell’accrescimento personale e in seconda istanza persino universale.


Ne “I morti non vanno mai via”, ove la narrazione s’avvia lentamente, si può rilevare come Ragone, attraverso un linguaggio e una costruzione narrativa apparentemente semplice, desideri in qualche modo indirizzare subito il lettore verso un ambito puramente introspettivo, dove le emozioni risulteranno protagoniste incontrastate.
Grazie, infatti, ad un flash-back onirico egli entra immediatamente nel vivo della storia.
Quel bimbo, descritto con forte sensibilità autobiografica, diventa un mezzo per descrivere uno scenario preciso: un palcoscenico su cui, ancora una volta, si vedono pienamente passaggi di un vissuto di una terra cui l’autore non può distaccarsi e, ancor di più, non vuole in nessuna maniera lasciare o abbandonare…


(…) Un bambino correva lungo la stradina fitta di fichidindia sotto piante di quercia. Al di là del muretto che delimitava la stradina cespugli ed ortiche erano nati sotto alberi di carrube, e più giù ancora, la roccia che scendeva sino al mare, la tirrenica roccia su cui esili agavi s'innalzavano. Il suono dell'estate era la cicala nascosta forse tra i rami del centenario pino e il cinguettio di passeri irrequieti. In questo schietto gioco la corsa del bambino era la pagina vitale più armoniosa, il movimento che spinge l'uomo a fare la sua storia. (…)


Si ha la netta certezza che l’amore per quelle zone alimenta il suo procedere e che i ricordi saranno il punto nodale di tutta la narrazione.
I protagonisti, in un alternarsi di sensazioni forti e tenui, risponderanno o, almeno tenteranno di farlo, ad un’esigenza dell’autore stesso, cioè quel comprendere se la forza evocatrice della memoria può sostenere un amore mai svanito…E sia Angela che Adele sono la risposta.
In entrambe, in modo differente per sviluppo e modalità, vi è una consapevolezza, una sicurezza che, nonostante tutto, la vita debba essere vissuta pienamente e che nei ricordi, originati da accadimenti segnanti per il loro contenuto significativo, vi sia una sorta di medicamento salutare…
Ragone, con saggia delicatezza, sembra dirci che le memorie, seppur a volte drammatiche, tragiche, animano la vita e con esse si deve andare avanti e se ne ha la conferma ulteriore nella conclusione della storia, quando, con delicato disinganno, ci ricorda quanto i morti non ci lasciano mai…
Per esemplificare, la morte è vista come grimaldello per entrare nell’animo umano e in “L’ultima poesia”, altro racconto di una forte carica simbolica, se ne ha una riprova tangibile.
In questo racconto, dai toni mestamente noir, si gioca proprio su questo tentativo di varcare la soglia dei sentimenti, di cercare di giungere fino all’estremo e di portare chi legge verso un confine delicato, insicuro, dove le azioni si conducono solo per effetto di una soluzione tragica.
La morte del poeta rappresenta, sovvertendo e esasperando i fattori, una liberazione da quei vincoli a cui quotidianamente siamo sottoposti, è una sorta di rottura attraverso la quale si arriva alla libertà eterna. In uno strano gioco del destino la morte attua il suo disegno e per quanto sia tragico, ingiusto e terribilmente triste bisogna accettarlo perché fa parte della vita.
Questo è tra le righe il messaggio che ci vuole trasmettere l’artista.
Forse, dopo questa esegesi lievemente indicativa, si può arrivare ad affermare che Ragone, in tutta la sua artisticità appassionata e al contempo celebrativa, voglia in qualche modo riportarci all’importanza educativa delle memorie . Puntualmente, in un passo de “Il gatto d’un regno lontano”, sotto forma narrativa, lo ribadisce con forza convincente, quasi volesse marcarlo a fuoco nel nostro sentire:


(…) essendo i ricordi custoditi in qualche luogo del nostro essere, non sono vicini, ma, addirittura, sono noi stessi, il nostro pensiero, il nostro modo di comportarsi, le nostre contraddizioni.(…).
Parole che raccolgono tutta la centralità del suo gesto artistico e che, insieme alla sua terra e al suo mare, danno la misura concreta della sua forza espressiva…

Francesco Anelli

2 commenti:

  1. Dopo questa bellissima interpretazione della poetica di Ragone da parte di Francesco Anelli,a me non rimane altro che ribadire il mio modesto parere,in base al quale è fortissimo il legame che lega Antonio al PROPRIO mare.
    Per lui, dimenticare la terra natìa è impossibile:sarebbe come lasciare una conchiglia sulla spiaggia:le onde la porteranno via,ma nel mare ci sarà sempre.

    RispondiElimina
  2. Carissimo Antonio, sono felice di conoscerti da tanto tempo...

    RispondiElimina

Se vuoi esprimere un tuo commento, lascia un messaggio possibilmente non anonimo. Grazie.

siti
In classifica
Powered By Blogger