ANGIOLETTA FACCINI: LA POESIA DEL CUORE.

Queste due nuove poesie, Parlavo fra me, come si capisce è il dialogo col mio cuore, invece l'altra… Attimo di felicità,  è il peso di una convivenza non serena.


Parlavo fra me ieri

Parlavo fra me ieri
parlavo
non sono un poeta!
il  mio cuore è un poeta!

ho perso la dolcezza
il poeta non sono io!

Parlavo fra me ieri
è il mio cuore che mi dà grandi attimi
che coglie quando l’estro mi sfiora
quando la poesia mi chiama

E mi inebrio al suo lieve tocco!

13 giugno 2010


Attimo di felicità

Il mio attimo di felicità quando
lui non c’è
sale dal cuore e dalle viscere

Il mio attimo di letizia
solenne mi si pone dinanzi quando
lui non c’è

e  si ferma pare stregato   
malgrado il dilemma

giugno 2010


 Angioletta Faccini

ANTONIO RAGONE: RIFLESSIONE OSSERVANDO IL TEMPO PASSARE...

Spesso provo a guardare verso l’alto, osservando nuvole biancastre che fanno capolino nel cielo di quei luoghi che qualche volta mi capita di andare a rivisitare. Le nuvole nascondono il sole, ma quando si libera diventa più triste con la sua luce abbagliante d’una primavera infastidita. È qui mi soffermo a guardare la vita passare, così lenta tanto da andarsene talmente in fretta quando ne sovviene il ricordo. Non è cambiato molto dall’ultima volta che ci son stato, spesso seduto sopra i suoi massi di salsedine a guardare tra le onde marine cercando la vita che mi si aprisse all’improvviso svelandomi tutti i suoi misteri. No, questa città di  mare non è cambiata affatto. Già i primi turisti si trattengono ad osservare con disattento interesse ogni cosa che incontrano al loro passaggio. Io ancora avverto gli umori di questa città, il mercato del pesce dove voci di donne marine ti chiamano in continuazione al loro banco –  giuvino’  – guardo i colori delle case della città vecchia, i loro mattoni consumati dal tempo. Poi entro in una piccola pizzeria, mi siedo, da qui non distante mi rimane la vista del mare, sento il suo effluvio pungente, i suoi flutti che giungono cavalcando da lontano per poi travolgere impietosamente la sabbia della spiaggia. Entra un piccolo suonatore di passaggio che vuol offrirmi la musica della sua fisarmonica, io non riesco a dirgli che voglio continuare a sentire nel mio silenzio la voce di quel mare. L’omino, piccolo e gentile, più tardi va via allontanandosi con il suono del suo strumento e gli occhi aperti al vuoto, gli stessi coi quali prima era entrato nel piccolo locale. Io accompagno con lo sguardo pigro ed un sorriso amaro la sua sagoma che si fa sempre più fievole allontanandosi. E aspetto, seduto e silenzioso, aspetto ancora tante cose, ma non ho voglia di aspettare più niente. Quando s’è fatta sera, il vento un poco s’agita mentre percorro il corso principale senza alcuna voglia di guardarmi intorno, non ho voglia di particolari che sono sempre gli stessi, indefinibilmente uguali. Continuo il mio cammino, un altro giorno è passato, domani sarà lento a venire e farà in fretta ad andarsene. (Antonio Ragone)

ANTONIO RAGONE: EMOZIONI, COME L’ISOLA DI CAPRI STRAPPATA ALLA COSTIERA AMALFITANA

Anche mirando a volte paesaggi cari ed esserne catturati con doloroso fascino, può capitare che un alternarsi inquieto d’emozioni scuota l’animo peraltro giammai sopito. Allora avviene come un distacco d’emozioni da noi stessi che vanno a rifugiarsi altrove: forse chissà sul mare, ora in bonaccia ora in burrasca. Allora mi torna alla mente come l’isola di Capri, millenni or sono, appartenesse geomorfologicamente alla costiera amalfitana: l’isola, infatti, fu strappata alla costa, com’era inizialmente attaccata, da violenti terremoti e secolari movimenti bradisismici. Ora Capri dista dalla costa amalfitana appena cinque chilometri di mare.

E così le nostre emozioni che si alternano e s’inquietano nell’animo con fragoroso silenzio, e quindi di certo più tormentose, strappano invero un po’ di noi stessi e vanno a formare, chissà, aspre isole forse vicine, forse lontane.

Quando scrissi queste due poesie che vi propongo, avvenne in me qualcosa di simile: forse adesso saranno due isole accovacciate non so dove sull’immenso mare della vita.


IMMEMORI

Queste nostre città devastate dalla solitudine
insinuata tra la folla distratta e indifferente
ai richiami di cuori immemori di storia
consuma la fretta i nostri passi che si perdono
tra le vie ormai senza più nome assenti itinerari
la notte la notte fontane tristi piangono
al buio nascoste nascoste imbarazzate
le loro lacrime d’acqua gocce di pianto
cani randagi timorosi si dissetano
tra lo straziante estro di gatte in amore
che piangono una bramosia di vivere
uomini uomini sospesi pochi sfiorano il cielo
tra terra e aria e mare il mare come quello lontano
quando appariva al di là d’una nave sconsolata
che lasciava il porto per altri porti lontani lontani
sullo sfondo dell’ultima parte del mare
un rosso tramonto colorato col sangue dei poeti.


AMAREZZE INCOMPIUTE


Amarezze anch’esse incompiute
dimorano nei meandri del mistero
eppure l’amore un poco esiste
che resiste alle intemperie umane.
È questa incomprensibile dissonanza
che lacera i rapporti e ti fa solo
chiuso in un tormento che ti schianta
sotto il peso dell’indefinibile.
E sono stanco, come una barca abbandonata
all’onde, sogno un prono riposo sulla rena.


Antonio Ragone (Da "I passi sul sentiero sconosciuto - verso marine sponde - Giovane Holden Edizioni 2010)

ANTONIO RAGONE: "Il PIÙ BEL RISO" DI GUIDO EDOARDO MOTTINI.


Guido Edoardo Mottini nacque in provincia di Aosta nel 1884 e morì nel 1934. Scrittore , poeta, critico d’arte, giornalista e saggista, quasi sconosciuto e del tutto dimenticato, scrisse meravigliosi racconti sulla vita di grandi musicisti e pittori. Ci ha lasciato una voluminosa “Storia dell’Arte” e numerosi libri per ragazzi. Altre opere notevole sono La leggenda di Sigfrido, Dal libro di Dio: episodi biblici, e il profilo che scrisse sulla vita e la musica di Ludwig van Beethoven. Di questo grande "dimenticato" propongo la poesia "Il più bel riso".


Il bimbetto è molto misero davvero: non ha casa, non ha scarpe, raramente forse riesce a sfamarsi. Cade sulla strada e la ghiaia gli spella le manine. Ma non piange: anzi, ride. È un ometto pieno di coraggio. Affronta già così piccolo la difficile vita, che per lui si presente molto dura, con un sorriso pieno di innocenza e di speranza. Combatte con codesto sorriso le salite e le ricadute che lo aspettano. È la vita!


Il PIÙ BEL RISO
 

Il più bel riso l'ho veduto ieri
sbocciar raggiante sul visetto sporco
d'un monelluccio figlio di randagi,
con la camicia fuor dei calzoncini,
la calza a strappi e un piede nudo.

Nel traversar la strada irta di ghiaia
il piccolo cascò. Si rialzò.
Si rimise nel piede la ciabatta.
Si guardò le manine un po' sbucciate.
Si guardò intorno... e vide solo me.

E, per farmi capir ch'era gagliardo
mi rise in faccia un riso così bello,
così pien di coraggio e d'innocenza,
che quel riso divino si confuse
con l'oro del tramonto e il blu del mare.

Guido Edoardo Mottini

L'UTOPIA DEI POETI: QUESTA TERRA DI ANGIOLETTA FACCINI

Sfogliando, Antonio, i tuoi Passi sul sentiero sconosciuto, mi sono imbattuta  nella poesia L'Umanità di pietra… il tuo mare, tutto pietrificato dai veleni quotidiani portati da noi uomini, da noi umani!

Anch'io nel 2004 avevo scritto una poesia al nostro Pianeta qua e là dilaniato, ora non ricordo quale fosse stata la causa di questi versi, l'ho conservata, potrei rivederla, ma… non trovo parole (forse deve restare così-originale).

Pare che noi poeti, amiamo l'amato nostro prossimo, abbiamo a cuore la nostra terra, il nostro mare, le nostre montagne, i nostri boschi e tutto quanto fa parte di questo creato.

Che le poesie servano a scuotere, destare qualche animo sopito! 


Noi che amiamo questa Terra


Noi che amiamo questa Terra
e ne portiamo riverenza
noi che invochiamo la pace assoluta
noi che tolleriamo le differenze

Uniamo le nostre Forze
facciamo sì che questo presente
si tramuti in giardino
un giardino infinito di rose
coi colori coi profumi
che Madre Terra le attribuì

Aprile 2004



Anfiteatro


In un folle anfiteatro t’abbiamo trasformato
in un grande contenitore d’armi e di uomini esplosi
e di materie velenose che portano dolore e morte

generoso Pianeta
col sangue dell’ignaro folle
devi esser lavato?

vigono le tenebre quaggiù
e smania il malvagio
bramano i feroci
l’umanità è inerme

solo la mano degli Dei
può placare questa follia
quest’inesauribile sete di malsano potere

solo l’amore di possenti Dei
può restituire la vista perduta
all’uomo

solo l’amore di possenti Dei
può render manifesto il senno degli sgomenti

3 settembre 2004


© Angioletta Faccini


BREVE INTRODUZIONE ALL'ERMETISMO DI GIUSEPPE UNGARETTI. PARAFRASI DELL POESIA "SONO UNA CREATURA".

Già i filosofi idealistici dell’Ottocento avevano postulato una futura "morte dell’arte", intesa nel senso stilistico-classico. Per naturale estensione si può racchiudere all’interno di questa definizione anche la cosiddetta “arte di scrivere in versi”, ovvero la Poesia, la forma più discreta di tutte le arti. Credo si possa sostenere che i primi segni di cambiamento nella poesia italiana si ravvisano in maniera considerevole in Leopardi, a mio avviso, il punto di arrivo e di partenza per una nuova letteratura, i suoi “Canti” formati da endecasillabi e settenari con molte rime sparse, alcune interne, rompono definitivamente con il classicismo aprendo verso sperimentazioni di molti poeti dell’Ottocento, tra cui Zanella e Pascoli, il quale viene indicato da taluni critici come il vero iniziatore virtuale della poesia del Novecento.

Ma la vera innovazione della poesia del Novecento avviene con l’avvento della cosiddetta “poesia pura” di Ungaretti come contrapposizione alla retorica di Carducci e all’estetismo di D’Annunzio, ai quali già precedentemente si erano proposti i poeti crepuscolari come Corazzini e Gozzano, e in una certa misura, il tentativo futuristico, anche se tramutatosi in un fallimento, della poesia di Marinetti.
Ungaretti, dunque, è il vero iniziatore della poesia italiana del Novecento, che contrappose la sua “lirica pura” come esigenza straordinaria da offrire ad un secolo appena nascente: parole pure, quindi, depurate da ogni esteriorità, rese essenziali nella forma grammaticale e poetica, semplificando e a volte sconvolgendo la sintassi, evitando la punteggiatura e financo articoli e congiunzioni, rendendo l’interpretazione intricata e difficile attraverso l’uso di analogie ritenute complesse, che portò addirittura, nel 1936, il critico Francesco Flora a coniare, in maniera ingiusta ed esagerata, il termine letterario “ermetismo”, divenuto poi definizione, nel senso positivo del termine, d’una caratteristica letteraria che ha influenzato tutta la poetica del Novecento e gli inizi del terzo millennio.
Numerosi sono i grandi poeti di questo periodo. La poesia è morta qui? Credo assolutamente di no, la poesia c’è, forse è la società attuale che, priva di punti di riferimento, è distratta dalla frenetica fretta del consumismo imposto dal mercato globale.

Anche alla luce di quanto descritto, di Giuseppe Ungaretti propongo la poesia Sono una creatura, scritta nel 1916 nel pieno fragore della prima guerra mondiale, alle pendici del monte San Michele dove sono scavate le trincee.
 
 
SONO UNA CREATURA



Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata


Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo


La vita di trincea nel paesaggio arido e pietroso del Carso suggerisce ad Ungaretti un’analogia tra la natura desertica che lo circonda e il suo animo devastato dagli orrori della guerra. L’elenco delle caratteristiche della roccia, fondato sulla ripetizione dello stesso costrutto sintattico, ha lo scopo di esprimere, meglio di una descrizione diretta, la situazione di sbigottita aridità sentimentale del poeta. Il suo dolore non può sfogarsi nel pianto perché è soffocato dalla disumanizzazione prodotta dalla guerra. Anche il suono di alcune parole usate da Ungaretti contribuisce a dare alla poesia un tono duro, scarnificato, fino alla straordinaria strofa finale, con l’affermazione ferma e pacata che il sollievo della morte si deve pagare con le sofferenze della vita. (Antonio Ragone)

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