LUOGO DEDICATO ALLA CULTURA LETTERATURA POESIA E AI GRANDI POETI DEL NOVECENTO
ISHMAEL E MOBY DICK.
Come tutti quelli che sono nati in riva al mare,
Ishmael vuole navigare e conoscere il mondo,
che altro non è che la ricerca e la spiegazione del mistero.
Andare oltre, sempre, a caccia di balene, in un ambiente fosco e minaccioso.
Moby Dick è questo mistero che non sarà risolto,
e sarà tempo solo di ripartire, ancora,
non si sa per dove, ma partire.
© Antonio Ragone
DINO BUZZATI, CONIGLI SOTTO LA LUNA.
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Dino Buzzati
(San Pellegrino di Belluno,16 ottobre1906;
Milano, 28 gennaio1972)
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La boutique del mistero di Dino Buzzati è una raccolta di 31 racconti scelti tra i volumi già precedentemente pubblicati “nella speranza di far conoscere il meglio di quanto ho scritto”.
L’elemento che accomuna i racconti è il mistero che qui costituisce un aspetto importante della realtà vissuta. È il mondo poetico scritto in prosa che gli fu ispirato, come egli stesso aveva affermato, da una villa cinquecentesca di San Pellegrino, vicino a Belluno, abitata dalla sua famiglia fin dal 1870, che già da bambino gli appariva come un luogo ricco di presenze e di voci misteriose che incitavano la sua fantasia:
“rappresenta uno dei fondamenti di quello che è il
mio “mondo” poetico…Lì sotto c’è la cantina, con grandi botti. E sopra c’è il
granaio…Poi sopra ancora c’è una soffitta. E lì si addensavano tutte le
fantasticherie possibili e immaginabili…nei bambini l’impressione che fanno
queste case è una cosa straordinaria…Gli scricchiolii, la sera, la porta chiusa
o aperta, di notte, nel buio… Queste cose sono bellissime! Questo tipo di
mistero - parlo del mistero della casa, ma anche del mistero dei rumori nel
giardino - implica la presenza di entità sconosciute, probabilmente
immaginarie… spiriti, fantasmi, esseri della natura, elfi…”.
Il mondo di Buzzati è fatto di domande angosciate: Chi sarà? Il vento?; Chi sarà? Un ladro?; Chi sarà? Un telegramma? La caratteristica di tutte le opere di Buzzati, come un chiodo fisso, è un’ostinata ricerca, un dialogo continuo con l’Oltre, la parte più segreta di quella visibile, ma altrettanto presente e partecipe della vita quotidiana, difficile da decifrare, e per questo ancor più carica di fascino, di attrattiva, di attesa e di inquietudine. E quando l’attesa e l’inquietudine sembrano finire, “è troppo tardi”.
Di questa raccolta propongo Conigli sotto la luna, attesa e inconsapevolezza. Anche per noi, come i conigli, “dov’è tesa la tagliola?”.
Nel giardino la
luna, e quel profumo d'erba e piante che ricorda certe lontanissime mattine
(saranno mai esistite?) quando alle prime luci, con gli scarponi e il flobert,
si usciva a caccia. Ma adesso c'è la luna quieta, le finestre sono spente, la
fontana non getta più: silenzio. Sul prato quattro cinque piccole macchie nere.
Ogni tanto si muovono con buffi salti veloci, senza il minimo rumore. All'ombra
delle aiole, come aspettando. Sono i conigli. Il giardino, l'erba, quell'odore
buono, la quieta luna, la notte così immensa e bella che fa male dentro per
incomprensibili ragioni, tutta la notte meravigliosa è loro. Sono felici?
Saltellano a due a due, non viene dalle loro zampe il più lieve fruscio. Ombre,
si direbbero. Minuscoli fantasmi, genietti inoffensivi della campagna che
intorno dorme, visibile sotto la luna a grandissima distanza. E debolmente
splendono anche le remote pareti bianche di roccia, le montagne solitarie. Ma i
conigli stanno con le orecchie tese, aspettano, che cosa aspettano? Sperano
forse di poter essere ancora più felici? Là, dietro al muretto, nel cunicolo
che viene dal tombino, dove all'alba si nascondono a dormire, è tesa la
tagliola. Loro non lo sanno. Neppure noi sappiamo, quando insieme agli amici si
gioca e si ride, ciò che ci attende, nessuno può conoscere i dolori, le
sorprese, le malattie destinate forse all'indomani. Come i conigli noi stiamo
sul prato, immobili, con la stessa inquietudine che ci avvelena. Dove è tesa la
tagliola? Anche le notti più felici passano senza consolarci. Aspettiamo,
aspettiamo. E intanto la luna ha compiuto un lungo arco nel cielo. Le sue ombre
di minuto in minuto diventano più lunghe. I conigli, con le orecchie tese,
lasciano sull'erba illuminata mostruose strisce nere. Anche noi, nella notte,
in mezzo alla campagna, non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro
l'invisibile carico di affanni. Dove è tesa la tagliola? Al lume favoloso della
luna cantano i grilli.
Il mondo di Buzzati è fatto di domande angosciate: Chi sarà? Il vento?; Chi sarà? Un ladro?; Chi sarà? Un telegramma? La caratteristica di tutte le opere di Buzzati, come un chiodo fisso, è un’ostinata ricerca, un dialogo continuo con l’Oltre, la parte più segreta di quella visibile, ma altrettanto presente e partecipe della vita quotidiana, difficile da decifrare, e per questo ancor più carica di fascino, di attrattiva, di attesa e di inquietudine. E quando l’attesa e l’inquietudine sembrano finire, “è troppo tardi”.
Di questa raccolta propongo Conigli sotto la luna, attesa e inconsapevolezza. Anche per noi, come i conigli, “dov’è tesa la tagliola?”.
Conigli sotto la Luna
Nel giardino la
luna, e quel profumo d'erba e piante che ricorda certe lontanissime mattine
(saranno mai esistite?) quando alle prime luci, con gli scarponi e il flobert,
si usciva a caccia. Ma adesso c'è la luna quieta, le finestre sono spente, la
fontana non getta più: silenzio. Sul prato quattro cinque piccole macchie nere.
Ogni tanto si muovono con buffi salti veloci, senza il minimo rumore. All'ombra
delle aiole, come aspettando. Sono i conigli. Il giardino, l'erba, quell'odore
buono, la quieta luna, la notte così immensa e bella che fa male dentro per
incomprensibili ragioni, tutta la notte meravigliosa è loro. Sono felici?
Saltellano a due a due, non viene dalle loro zampe il più lieve fruscio. Ombre,
si direbbero. Minuscoli fantasmi, genietti inoffensivi della campagna che
intorno dorme, visibile sotto la luna a grandissima distanza. E debolmente
splendono anche le remote pareti bianche di roccia, le montagne solitarie. Ma i
conigli stanno con le orecchie tese, aspettano, che cosa aspettano? Sperano
forse di poter essere ancora più felici? Là, dietro al muretto, nel cunicolo
che viene dal tombino, dove all'alba si nascondono a dormire, è tesa la
tagliola. Loro non lo sanno. Neppure noi sappiamo, quando insieme agli amici si
gioca e si ride, ciò che ci attende, nessuno può conoscere i dolori, le
sorprese, le malattie destinate forse all'indomani. Come i conigli noi stiamo
sul prato, immobili, con la stessa inquietudine che ci avvelena. Dove è tesa la
tagliola? Anche le notti più felici passano senza consolarci. Aspettiamo,
aspettiamo. E intanto la luna ha compiuto un lungo arco nel cielo. Le sue ombre
di minuto in minuto diventano più lunghe. I conigli, con le orecchie tese,
lasciano sull'erba illuminata mostruose strisce nere. Anche noi, nella notte,
in mezzo alla campagna, non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro
l'invisibile carico di affanni. Dove è tesa la tagliola? Al lume favoloso della
luna cantano i grilli.
Dino
Buzzati
(da La
boutique del mistero, Mondadori 1968)
ALFONSO GATTO, SALERNO RIMA D'INVERNO...
Salerno, rima d'inverno,
o dolcissimo inverno.
Salerno, rima d'eterno.
Alfonso Gatto
Una poesia, Salerno, tre versi soli, intrecciati in una rima che ne fa un unico compendio, sono le immagini e le sensazioni trasmesse dalla sua città natale. L'inverno dolce è l'eterno, in antitesi tra di loro giacché l'inverno è la metafora della tristezza. Una dolce tristezza, dunque, è il suo pensiero per la sua città lontana. È la dolce nostalgia del poeta.
Si notano raffronti e dissomiglianze tra questa poesia e Mattina “M’illumino / d’immenso” di Ungaretti. Entrambe le poesie sono brevi e solo apparentemente semplici e fanno riferimento all'infinito: un infinito che rischiara in Ungaretti, un infinito di nostalgia in Gatto.
Si notano raffronti e dissomiglianze tra questa poesia e Mattina “M’illumino / d’immenso” di Ungaretti. Entrambe le poesie sono brevi e solo apparentemente semplici e fanno riferimento all'infinito: un infinito che rischiara in Ungaretti, un infinito di nostalgia in Gatto.
DISARMONIA DI PRIMAVERA.
E s’allontana,
come dopo un distacco,
smarrendosi nel chiaroscuro
di questa pioggia di primavera.
Ora sarà sola
senza sapere che si è sempre soli
se non la pioggia a tenerle compagnia.
© Antonio Ragone
GIUSEPPE UNGARETTI, CASA MIA.
L’amore per la vecchia casa e per gli affetti che un tempo essa racchiuse fra le sue mura rinasce al ritrovarla, e ha il sapore d’una nuova scoperta. Così il poeta, dopo lunga assenza, tornando alla sua casa dei giorni primi, sente con commosso stupore che l’amore per essa non è morto. Tornano a ri-vivere nel cuore i ricordi cari che egli credeva d’aver disperso qua e là, sparpagliati (che pregevole metafora!) negli angoli del mondo dove la vita conduce. È quasi una rivelazione: la casa è lì, custode dei ricordi. È solo bastato un ritorno alla vecchia casa perché essi nuovamente riaffiorassero, intatti, senza aver nulla perso della freschezza di un tempo.
(Per me, della mia vecchia casa sul mare, dove son nato e cresciuto, è rimasto solo un caro ricordo. Al suo posto, da tempo, vi hanno edificato un grande albergo)
CASA MIA
Sorpresa
dopo tanto
d'un amore
Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo
Giuseppe Ungaretti
dopo tanto
d'un amore
Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo
Giuseppe Ungaretti
SERGIO CORAZZINI, SOLILOQUIO DELLE COSE.
Sergio Corazzini, poeta nato a Roma nel 1886 e in questa città morto poco più che ventunenne nel 1907.
È considerato l’iniziatore della poesia crepuscolare.
“Soliloquio delle cose” è un pregevole esempio di poemetto in prosa.
post correlato: fare clic qui.
SOLILOQUIO DELLE COSE
... Je crois que nous sommes à l'ombre. Maeterlinck
Les choses ont leur terrible «non possumus». Hugo
Dicono le povere piccole cose: Oh soffochiamo d'ombra! Il nostro amico se ne è andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta; il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non s'accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì.
Qualche cosa in noi si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle vecchie vergini, chiuse nell'ombra come nella bara. E abbiamo i fiori. Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto. Oh! come fu triste la perdita cotidiana inesorabile del povero profumo! E se ne andò come lui, con lui, per sempre.
Noi non siamo che cose in una cosa: imagine terribilmente perfetta del Nulla.
Qualche volta le campane della piccola parrocchia suonano a morto. Tutto ciò sarebbe tristissimo per noi, povere piccole cose sole, se egli fosse qui. Ma è lontano e le campane non tarlano il silenzio per lui, povero caro.
Un tempo lo vedremmo e l'udimmo piangere senza fine: volevamo consolarlo, allora, e mai ci sentimmo così spaventosamente crocefisse. Oggi, oh, oggi è un'altra cosa: dove piange? perché piange?
Allora lacrimò desolatamente perché una sua piccola e bianca sorella non veniva, a sera, come per il passato, a farlo men solo... o più solo. Così egli le diceva mentre l'abbracciava. E soggiungeva: «Noi ricordiamo e nulla come il ricordo è simbolo di solitudine e di morte». Rievocavano molte liete fortune e molte tristi vicende, anche, ma non troppo di queste si amareggiavano.
Una sera il nostro amico attese inutilmente. Attese fino all'ora delle prime rondini e delle ultime stelle...
Oh, egli ci voleva bene: qualche volta ci parlava a lungo, come in sogno. In sogno parlava. Avanti di dormire, accendeva un piccolo lume giallo, sospeso al muro. Forse aveva paura.
È una così dolce cosa, la paura, appunto perché è dei fanciulli!
Noi non dormiamo; noi siamo le eterne ascoltatrici, noi siamo il silenzio che vede e che ascolta: il visibile silenzio.
La casa dev'essere molto vasta. Udiamo a tratti delle voci lontanissime e che pensiamo non vengano dalla piccola piazza. Oh, la finestra, se si spalancasse e facesse entrare un poco di sole, un poco di vento! oh, nulla è simile al cuore perduto come il sole che vuole entrare, e tutti i giorni domanda e tutte le sere, triste e bianco, smuore di rinunzia.
Un convento, una chiesa, un lungo muro basso, interrotto da due piccole porte, la cui soglia allora era sempre verde. La neve restava intatta, davanti a quel muro, un tempo interminabile. Il nostro amico diceva che una porta chiusa è figurazione di gran gioia. Noi siamo semplici, non abbiamo mai comprese queste parole, sarà, forse, perché siamo così sole e così sconsolate, da tanti anni, in questa camera chiusa!
Oh, gli occhi aperti smisuratamente nell'ombra terribile, sono così simili a noi! Sanno vedere ma non possono vedere.
Per quanto ci disfaceremo nel buio come le stelle dietro le nuvole? Per quanto la nostra cecità apparente, ci vieterà il sole, o, forse anche, un poco di dolce luna?
Come tante piccole monache in clausura, noi, povere cose, viviamo e morremo. Pietà! Pietà!
Quante rughe ci solcano! Siamo vecchie, oh così vecchie da temere la fine improvvisa. E la polvere che noi pensavamo cipria, ci seppellisce cotidianamente come un becchino troppo scrupoloso.
Come ci carezzavano le tende, piene di vento a primavera! Ella doveva carezzare così il nostro amico, doveva farlo morire di spasimo, così. Ora, anch'esse, come le vele di una decrepita barca inservibile, chiusa nel vano di un piccolo porto solitario e triste, pendono flosce e vecchie: oggi una loro carezza ci farebbe pensare alle mani di un agonizzante.
Un passo. Una mano tenta la chiave... oh, non spasimiamo: è un bambino, è il solito bambino di tutti i giorni, che passa lungo il corridoio per andare chi sa dove; non spasimiamo, è inutile.
Sergio Corazzini
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