ANGIOLETTA FACCINI: LA FORZA DEL CUORE.

Antonio, ho letto il .... 
Correlativo Oggettivo! Credo sia davvero fantastico imbattersi in persone come te - complimentoni! E non solo per il sito che è sempre più interessante e vasto, ma a te che sai tradurre e riportare con maestria le cose (in questo caso, l’astrazione poetica elaborata nel 1919 da Thomas Stearns Eliot).   
Stavo sfogliando come spesso faccio, il mio archivio e … ho ripescato queste poesie: 


Affinità

Subito quasi
ti ho “sentito”!
Non ho visto bene il tuo volto!
come un’alone di quiete mi parevi!
d’istinto a te mi rivolsi
nei giorni seguenti
poche parole e tante confidenze
immediatamente

Una corrente di affinità
giocando con la negazione!
Ti rifiuto come amico
ma ti sento e m’avvicino
un po’ guardinga e un po’ spavalda
Mi confido e t’ascolto
ora seria ed ora cupa
cercando di intravedere 
la tua vera identità
che conosco solo in parte!
Mi confido e t’ascolto
scrutando il tuo sguardo
che occulta la mestizia
Eppure,
a volte ti rifiuto e ti respingo
non so aiutarti e mi sento lillipuziana
È un circolo vizioso?
se t’ascolto
mi riprendo,
mi confido e t’ascolto
sei l’amico
che non avevo più da tempo!
 
18 aprile 2001

©  Angioletta Faccini


"Cammino eterno", questa poesia che segue, è un po’ straziante, l'ho fatta riportare sulla lapide del mio caro figlio (sono prossimi i giorni che ricorrono l'incidente e … lo strazio fino alla fine). 

Cara Angioletta, grazie per quello che dici.
La poesia “Cammino straziante” è commovente e partecipativa, giacché frutto di un dolore straziante, senza fine; e partecipativa perché entra naturalmente nei cuori di chi legge con forza e dolore. (Antonio)


Cammino eterno

Risentirai la sua mano
rassicurante guida della tua infanzia
lungo il tuo cammino eterno

Figlio
caro figlio
sia il tuo viaggio non peregrinante

Evolverà il tuo Spirito
di nuovo
le amorevoli certezze ritroverai
in quel che fu tuo nonno
mio padre!

Mortali noi restiamo
a ricordare
a ricordare e dolerci inevitabilmente
di quel che non si fece
aggrappandoci ai “se” ed ai “ma”
 
13 settembre 2004

©  Angioletta Faccini

ANTONIO RAGONE: IL CORRELATIVO OGGETTIVO IN ELIOT E MONTALE.


Il correlativo oggettivo in Eliot e Montale

Il correlativo oggettivo è un’astrazione poetica elaborata nel 1919 da Thomas Stearns Eliot, il quale lo definì "una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un'emozione particolare", ossia esso rappresenta lo stato sentimentale del poeta correlandolo (cioè paragonandolo simbolicamente) ad un affollarsi di oggetti concreti e ben definiti, concedendo una forte pregnanza semantica nell’enumerare il sentimento del poeta, il dolore, l’inquietudine, l’amarezza, un istante di vita, attraverso la descrizione di cose non virtuali o astratte, bensì concrete e reali, come un paesaggio, una casa, un muro, un albero di limoni, il rivo strozzato; ma anche il mare, una barca in tempesta, una dàrsena, e così via. Taluni affermano che il correlativo oggettivo supera la semplice concatenazione metaforica ed esprime una delle acquisizioni più creative della poesia occidentale contemporanea. Dagli esempi concreti che ho citato, si parla di Eugenio Montale come riferimento al “correlativo oggettivo”, in quanto, nella sua poesia, anche i concetti e i sentimenti più astratti trovano la loro espressione (si “correlano”) in oggetti ben definiti e concreti. Si può citare l’esempio: un rovente muro d'orto equivale alla condizione umana.
A mio modesto parere, ho delle perplessità nei confronti di questa tesi critica, in quanto questo procedimento poetico non è altro che una metafora che si oggettivizza attraverso la considerazione di oggetti ben concreti e non astratti, ovvero quella figura retorica , detta anche “traslato” consistente nel trasferire un termine dal suo proprio significato ad un altro termine figurato e simbolico. Il “correlativo oggettivo” rappresenta una situazione già esistente nell’ampio ambito letterario, ed è la metafora, già definita da Aristotele nella sua “Poetica” come "trasferimento ad una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia". Quindi non è esatto affermare che il “correlativo oggettivo” può essere paragonato anche ad una metafora perché di metafora già si tratta quando l’autore esprime i propri sentimenti attraverso l’effetto stilistico riferendo la condizione umana e le personali emozioni ad una serie di concentrazioni di esperienze di vita concreta.
Quasi tutta la poesia del Novecento si basa sul procedimento stilistico della metafora riemersa soprattutto con il possente utilizzo dell’analogia ungarettiana.  
Pertanto, proprio e solo per esempio, se per il grande Eugenio Montale (uno dei massimi poeti italiani) “il rivo strozzato che gorgoglia” rappresenta il male di vivere, per altri (mi si conceda una mia umile citazione personale) “il mare di cartone” rappresenta la fragilità della vita.
Dedicherò i prossimi post al grande poeta Eugenio Montale e al suo “correlativo oggettivo” con la parafrasi di alcune tra le sue più alte poesie.
(Antonio Ragone)

CAMILLO SBARBARO, IL POETA DI "PIANISSIMO".


Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure il 12 gennaio 1888  e morì a Savona il 31 ottobre 1967. Sbarbaro fu autore di poche raccolte di versi e di frammenti in prosa. Come poeta, resta sostanzialmente l’autore di Pianissimo, una silloge poetica che fu oggetto di ben tre edizioni: la prima, nel 1914, fu pubblicata a Firenze dalle Edizioni La Voce, la seconda edizione, riveduta in più parti, fu pubblicata nel 1954 a Venezia dalla casa editrice Neri Pozza, e infine quella definitiva, ulteriormente rivisitata, fu pubblicata nel 1961 a Milano dall'editore Scheiwiller. È da precisare che una decina di poesie presenti nella prima edizione del 1914 mancano nelle edizioni successive e che le varie versioni di certune poesie sono decisamente dissomiglianti tra loro rispetto alla stesura definitiva del 1961.

Camillo Sbarbaro definì così le sue poesie: “una specie di sconsolata confessione fatta a fior di labbro a me stesso”. È da considerare il primo cantore della terra desolata, un fedele custode dei piccoli beni che la vita concede, cose che coltivò nella poesia senza mai mentire alla sua coscienza di sincero poeta, mostrando fino in fondo il volto di colui che sa inventarsi la gioia per recuperare a se stesso conforti e non illusioni.
“Rimasto in quel che dico fedele a me stesso, se poi anche nel modo di dirlo è vero che mi sono per naturale decantazione spogliato fin dove possibile di letteratura, riaccostandomi alla povertà di Pianissimo, avrei assolto il mio compito”.

Sono parole di Camillo Sbarbaro.
(Antonio Ragone)


Padre, se anche tu non fossi il mio



Padre, se anche tu non fossi il mio
padre,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella bambinella ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per scamparla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.


Camillo Sbarbaro

ANTONIO RAGONE: L'AGRESTE CASA.

 




L’AGRESTE CASA














Vieni, ascolta un poco il senso dei pensieri celati
che popolano l’agreste casa riflessa nello stagno,
casa addormentata, da sterpaglia cinta,
irritanti ortiche e ombrose parietarie.

Dorme la casa, da secoli forse immersa
immemore nel sonno d’una notte astrale,
sì, dorme, dorme, eppure ancora vive!

Non far rumore mentre recidi
la pannocchia ramosa dell’asfodelo,
il silenzio stesso della nostra presenza
potrebbe risvegliarla, scuoterla,
nei rigagnoli al suolo farla crollare come sale.

Voglio che dorma, che resista all’implacabile
rumore degli interminabili istanti
delle nostre notti, ove da sempre
dai nostri sogni ci preserva
e dai risvegli ad ogni alba più inquieti.

Antonio Ragone (Da I Passi sul sentiero sconosciuto - verso marine sponde - Giovane Holden Edizioni 2010)

ANGIOLETTA FACCINI: LA POESIA DEL CUORE.

Queste due nuove poesie, Parlavo fra me, come si capisce è il dialogo col mio cuore, invece l'altra… Attimo di felicità,  è il peso di una convivenza non serena.


Parlavo fra me ieri

Parlavo fra me ieri
parlavo
non sono un poeta!
il  mio cuore è un poeta!

ho perso la dolcezza
il poeta non sono io!

Parlavo fra me ieri
è il mio cuore che mi dà grandi attimi
che coglie quando l’estro mi sfiora
quando la poesia mi chiama

E mi inebrio al suo lieve tocco!

13 giugno 2010


Attimo di felicità

Il mio attimo di felicità quando
lui non c’è
sale dal cuore e dalle viscere

Il mio attimo di letizia
solenne mi si pone dinanzi quando
lui non c’è

e  si ferma pare stregato   
malgrado il dilemma

giugno 2010


 Angioletta Faccini

ANTONIO RAGONE: RIFLESSIONE OSSERVANDO IL TEMPO PASSARE...

Spesso provo a guardare verso l’alto, osservando nuvole biancastre che fanno capolino nel cielo di quei luoghi che qualche volta mi capita di andare a rivisitare. Le nuvole nascondono il sole, ma quando si libera diventa più triste con la sua luce abbagliante d’una primavera infastidita. È qui mi soffermo a guardare la vita passare, così lenta tanto da andarsene talmente in fretta quando ne sovviene il ricordo. Non è cambiato molto dall’ultima volta che ci son stato, spesso seduto sopra i suoi massi di salsedine a guardare tra le onde marine cercando la vita che mi si aprisse all’improvviso svelandomi tutti i suoi misteri. No, questa città di  mare non è cambiata affatto. Già i primi turisti si trattengono ad osservare con disattento interesse ogni cosa che incontrano al loro passaggio. Io ancora avverto gli umori di questa città, il mercato del pesce dove voci di donne marine ti chiamano in continuazione al loro banco –  giuvino’  – guardo i colori delle case della città vecchia, i loro mattoni consumati dal tempo. Poi entro in una piccola pizzeria, mi siedo, da qui non distante mi rimane la vista del mare, sento il suo effluvio pungente, i suoi flutti che giungono cavalcando da lontano per poi travolgere impietosamente la sabbia della spiaggia. Entra un piccolo suonatore di passaggio che vuol offrirmi la musica della sua fisarmonica, io non riesco a dirgli che voglio continuare a sentire nel mio silenzio la voce di quel mare. L’omino, piccolo e gentile, più tardi va via allontanandosi con il suono del suo strumento e gli occhi aperti al vuoto, gli stessi coi quali prima era entrato nel piccolo locale. Io accompagno con lo sguardo pigro ed un sorriso amaro la sua sagoma che si fa sempre più fievole allontanandosi. E aspetto, seduto e silenzioso, aspetto ancora tante cose, ma non ho voglia di aspettare più niente. Quando s’è fatta sera, il vento un poco s’agita mentre percorro il corso principale senza alcuna voglia di guardarmi intorno, non ho voglia di particolari che sono sempre gli stessi, indefinibilmente uguali. Continuo il mio cammino, un altro giorno è passato, domani sarà lento a venire e farà in fretta ad andarsene. (Antonio Ragone)

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