09 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: MALINCONIA

Guardare oltre la malinconia è come alzare lo sguardo al di là di un muro di cemento, è guardare acutamente verso l’orizzonte dove forse finisce il mondo, è arrampicarsi sulla montagna rocciosa della vita a mani nude. E pensare allora che nulla ci sia oltre la malinconia, per immaginare, ancora più oltre, appigli anche solo apparentemente resistenti e sicuri, immaginare il vento insistente che ci porta via, ci conduce nella vita che prosegue mentre continuiamo ad arrampicarci. La malinconia, citando una frase baudelairiana, è sempre un sentimento inseparabile dal bello.

La malinconia, quando ci assale, ci proietta tutta la nostra vita, le nostre lontane speranze disilluse, le attese dell’adolescenza.

Ho frugato nei cassetti della mia memoria, ho trovato questa poesia scritta in quegli anni acerbi , mai pubblicata, è una poesia degli anni in cui andavo sperimentando la Poesia stessa, l’ho ritenuta non degna di renderla nota, o forse chissà, ho voluta tenerla nascosta per sentirla solo mia, intima gelosia. Ora la denudo sul blog della mia vita, sorprendendomi io stesso di come in quella mia età acerba già si pensi alle cose perdute.



MALINCONIA


Spesso la notte, quando tarda l’ora,

ancora mi ritrova insonnolente

nel tempo addormentato e la canora

estate, a me nel giorno indifferente.


Guardar la mosca appesa a una bottiglia

vuota, e la fiamma di candela pia,

e riscoprire a un tratto, o meraviglia,

che troppe cose ho perso per la via.


Luglio riposa e il bel paese tace

in questa notte piena di frescura,

parlare al cuore che non trova pace

e raccontarlo a un ragno, che paura


del giorno costringe a girovagare

al buio sulla sbiancata parete

di tant’anni, e in un tratto ricordare

quando acqua non c’era e c’era sete.


Ho perso tutto innocentemente,

non resta che lo sfogo alla poesia

di chi farebbe tanto e non può niente,

e il primo cane abbaia nella via.


Antonio Ragone


04 febbraio 2010

ADRIANA PASSARI: OLTRE LA MALINCONIA...

Torno dopo un lungo periodo di silenzio, senza però aver mai smesso di leggere i post di Antonio e i commenti di chi legge. E vorrei farlo con una riflessione ed una poesia. Seguendo nei mesi il filo di questo blog, mi sono resa conto di come siamo sensibili alla sofferenza, alla fatica a volte di vivere, alle immancabili delusioni, al dolore per un presente che per molti aspetti sentiamo estraneo alla nostra anima. E allora sono andata a cercare qualcosa che vada oltre, quello slancio che vede, oltre la nostra finitezza, la luce della "scintilla divina"… e ho trovato questa poesia di Hikmet. Vorrei proporre, come a suo tempo per la "terra dei Padri e delle Madri", una riflessione-ricerca "oltre la malinconia"... in quel senso di pienezza, di appartenenza, di cui abbiamo già parlato a proposito di Francesco. Ce la faremo?
Adriana Passari

ADRIANA PASSARI: "ALLA VITA" DI NAZIM HIKMET

ALLA VITA

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini gli uomini
di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet Ran
è stato un poeta turco, naturalizzato polacco, nato a Salonicco il 20 novembre 1902 e morto a Mosca il 3 giugno 1963.

03 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: SALERNO E LA NEVICATA DEL 1956

La campagna romana s’è svegliata stamane sotto uno strato di neve. Belli da vedere gl’innevati alberi squarciare bianchi il buio dell’aurora. È risalita alla mia memoria la nevicata del 1985, e ancor più da lontano la nevicata del 1956, avvenuta in questo stesso periodo dell’anno, io fanciullo meravigliato mirando la costa bianca, bianche le navi nel porto, la spiaggia e le dormienti barche sulla rena. Mi son chiesto stamane se qualche fanciullo, oggi, ancora di qualcosa si meravigli!




SALERNO E LA NEVICATA DEL 1956


A questo proposito, vi propongo un brano tratto dal mio racconto “Il gatto d’un regno lontano”: (per leggere l'intero racconto fare clic qui)


"Intanto, il mio viaggio proseguiva, l’implacabile tempo, di nascosto, mi trasportava lentamente verso un mondo più ampio.

Il mare sottostante mi teneva compagnia, lui non mi lasciò mai; spesso scendevo a Salerno per andare a scuola, a piedi, ogni passo era un nuovo pensiero, una nuova domanda a cui dare una risposta ancora da maturare.

Fu una di quelle mattine, poco prima di Palazzo Olivieri, tra la sovrastante Madonna degli Angeli e il mare, che vidi (il gatto) Giacomino appostato tra l’erba alta della vegetazione costiera, scappò via veloce appena mi scorse.

Aveva scelto, a suo modo, la sua libertà.

Continuavano le stagioni ad alternarsi, senza tregua. Quell’inverno ci regalò la neve, inusuale per noi, quasi sconosciuta, così tanta.

La terra coperta di neve, gli alberi coperti di neve, il braccio del porto e le navi coperti di neve. Tutto copriva la neve, uniformando gli elementi in un senso interiore di pace, circondato dall’azzurro del mare.

Fu allora, ricordo, che trovammo un pettirosso, infreddolito e spaurito nell’inconsueta nevicata, che custodimmo al caldo con la stessa cura d’un bambino che non riuscì a sopravvivere: lo seppellimmo presso l’albero del fico dentro un salvadanaio di legno color celeste, chiuso a chiave, mentre continuava la neve a scendere, a render bianco anche quel piccolo sepolcro".


Antonio Ragone (dal racconto “Il gatto d’un regno lontano” inserito nell’Antologia “Con gli occhi di un gatto” Ed. Akkuaria 2007)



01 febbraio 2010

HORIZONTE DI FERNANDO PESSOA (RIELABORAZIONE DI ANTONIO RAGONE)

Fernando António Nogueira Pessoa, poeta molto amato dalla mia amica poetessa Vera Somerova, nacque a Lisbona il 13 giugno 1888 e morì nella stessa città il 30 novembre 1935. Conosciuto come il poeta dell’inquietudine, forse per questo scomponendosi in tante altre personalità, note come eteronimi, ovvero personaggi che pur coesistenti con l’autore, sono completamente diversi da se stesso vivendo un’altra propria vita, a differenza degli pseudonimi, che sostituiscono semplicemente il vero nome dell’autore. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese.

Numerose sono le sue frasi celebri, vi propongo questa:


"Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità."




HORIZONTE


Il mare davanti a noi, le tue paure
e queste spiagge d’alberi di corallo.
La notte e la sua nebbia hanno svelato
le mie tempeste misteriose del passato,
fiore dischiuso all’estremità degli astri
che irraggiavano le navi dell'iniziazione.

Orizzonte linea inflessibile di sognante costa
s’avvicina la nave verso il declivio
dell’estremità d’inesistenti alberi;
s’apre una terra più stretta, nuovi suoni e colori
e nuova terra con uccelli e fiori,
oltre la linea di gran lunga astratta.

Allora sognare immaginando forme invisibili
e incalcolabili lontananze e con sensibili
desideri di risolute speranze,
cercare oltre la fredda linea dell'orizzonte
l'albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello e la sua fonte
e i conquistati baci della Verità.


Fernando Pessoa

(© rielaborazione di Antonio Ragone)