1 maggio 2010

GIUSEPPE UNGARETTI E L'ERMETISMO: L'ISOLA


Negli anni settanta un gruppo di persone, Antonio Fiorito, Giorgio Senesi, Fulvio Balestrieri e Antonio Ragone, insieme ad altri, fondò un circolo culturale che fu denominato Progetto Culturale ‘77. L’inizio non fu semplice, la strada della cultura, della letteratura e della poesia non è mai facile. Tuttavia gli sforzi iniziali portarono ad una discreta concretizzazione di questo progetto, arrivammo ad organizzare finanche delle conferenze, ricordo quelle memorabili di Fiorito su Dante. Io parlai una sera di Giuseppe Ungaretti e dell’ermetismo (Fiorito ha sempre detto che io sono nato ungarettiano): aveva ragione e io stesso ne ho sempre convenuto, anche se nel corso degli anni, come tutti i poeti, ho cercato di assumere una definizione del tutto personale, pur se è decisamente attendibile affermare che tutta la poesia del novecento fino ad oggi, ha risentito e risente dell’influsso ungarettiano. Tra i presenti, quella sera, c’era una persona che aveva scritto e pubblicato un libro, tra l’altro con la mia stessa casa editrice di allora, dal titolo emblematico La non-poesia di Ungaretti, che mi pose appunto la questione della difficoltà a comprendere il perché di una poesia che aveva rotto tutti gli schemi della poesia lirico-melodica italiana. Non aveva evidentemente capito i segni dei tempi né le motivazioni storico-culturali che portarono a quella che fu definita la poesia della parola pura, la parola scavata  nella vita come un abisso, che diventava poesia, chiusa, libera da metriche, per questo poco comprensibile. La poesia ermetica fu così chiamata nel 1936 dal critico letterario Francesco Flora il quale utilizzando l'aggettivo ermetico volle appunto definire un tipo di poesia caratterizzata da un linguaggio difficile, chiuso e quindi misterioso. Ebbene quella persona, (non so perché ma, mi perdoni, ho dimenticato il nome) a dimostrazione della sua tesi, mi portò come esempio proprio la poesia che propongo oggi, la bellissima L’isola, che Ungaretti scrisse nel 1925, all’interno della raccolta di Sentimento del Tempo.

Ungaretti stesso così la commentò: Il paesaggio è quello di Tivoli. Perché “L’isola?”. Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo.

Si tratta dunque di un’esperienza di raccoglimento e distacco dalla realtà, ove il lettore può pensare ad un sogno oppure alla mitica Arcadia popolata di ninfe e pastori: la vaghezza, la possibilità di letture plurime è intrinseca a questa poesia, che consiste tutta in un succedersi d’immagini volutamente analogiche che trapassano indefinitamente l’una nell’altra, suscitata da espressioni spontaneamente ambigue

leggi parafrasi qui
(Antonio Ragone)

L’ISOLA

A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.

Giuseppe Ungaretti

1 commento:

  1. Molti mi han chiesto di fornire una parafrasi della poesia L’isola di Giuseppe Ungaretti.
    L'ho fatto nel post successivo.

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