15 novembre 2010

ALFONSO GATTO, POETA SALERNITANO, UN GRANDE DEL NOVECENTO ITALIANO.


Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909,  figlio di una modesta famiglia di piccoli armatori, e morì prematuramente il 6 marzo 1976 in un incidente stradale nei pressi di Orbetello.
Dopo un’infanzia spensierata e un’adolescenza burrascosa, frequentò l' università poi disertata. Lavorò come commesso, precettore in un collegio, correttore di bozze e giornalista. Nel 1938 fondò a Firenze con Vasco Pratolini la rivista letteraria "Campo di Marte". Le sue liriche si distinguono per la musicalità dei suoi versi che narrano d’amore e di sofferta quotidianità, dove all’impegno civile si unisce il ricordo nostalgico dell'infanzia e della sua terra d'origine. Il suo linguaggio è spesso limpido, musicale, si sviluppa passando attraverso un appassionato lirismo umanitario, fino al raggelarsi della parola nella riflessione della morte e del mutamento misterioso della vita e della sofferenza dell’umanità.

Con Alfonso Gatto voglio ricordare la Poesia, oggi forse troppo lontana dalle esigenze di questa società inquinata senza punti di riferimento, i valori buttati alle ortiche, voglio ricordare i Poeti che hanno fatto grande la cultura del Novecento italiano e oggi ingiustamente dimenticati.

E, ricordo nei ricordi, desidero farlo con un poeta con il quale abbiamo condiviso la stessa terra e lo stesso mare, lo stesso umore della nostra gente.

Alfonso Gatto, poeta salernitano, nato nello stesso rione dove nacque mio padre, forse chissà quante volte si saranno sfiorati guardandosi negli occhi, quelli d’un azzurro mare del poeta e quelli color di rame di mio padre, scambiandosi qualche parola. (Antonio Ragone)



“Quando si nasce poeti,
l'amore e la morte si fanno compagnia,
e tutti e due hanno le tasche bucate
per non contare gli anni.
Quando si nasce poeti,
è difficile morire; o è soltanto una distrazione.
E io sono nato poeta per quel sorso di libertà,
per quella nuvoletta d'anice.
Io sono nato poeta,
in un'epoca critica in cui i valori sono tutti in discussione,
in cui i valori sono tutti da definire.
Il poeta è un uomo mortale che vive con tutta la sua morte
e con tutta la sua vita, nel tempo,
e in sé si consuma e si sveglia,
negli altri si popola e si chiama, e nulla possiede
che non abbia già amato e perduto”.          

(Alfonso Gatto)

La costiera d’Amalfi

La strada che da Vietri a Capodorso
a Minori, ad Amalfi sale e scende
verso il mare di Conca e di Furore
è strada di montagna: vi s’arrende
la luce che nel trarla dosso a dosso
ai suoi spicchi costrutti trova il fiore
del lastrico deserto, la ginestra.
E l’ombra passa a approfondire il verso
dei suoi displuvi, l’onda dei tornanti
alle case di vetta: una finestra
dai vetri d’alba s’apre per l’oriente
alla breva serale.
Calma fragranza, il sonno nel riverso
meriggio è già l’amore,
un frascheggìo di pergole di scale
e di voci passanti,
il fumo di chi vive col suo niente
una giornata d’aria.


Alla mia terra

Io so che nulla potrà mutare
il nero della mia gente,
il soliloquio scende
come una sera di scirocco
e non ha ragioni, non ha patria.

Io so che nulla potrà spiegare
la testa dura dei bam­bini,
mia madre non sa calmarli,
scende per i vicoli la stel­la,
e d'ogni casa
pare che venga e sia lontano il mare.

Io so che nulla si consuma
e profumo di mura e vec­chie notti
un vento solitario come ardendo
nelle donne trabocca. Le rovescia
nella polpa degli occhi il solleone.

Anneriscono ardendo. Lo spiraglio
delle notti festose, il brulichìo
dei gioielli di voto, in un biroccio
di sonagli dirupa.
Io so che il corpo ammala ove l'abbaglio
d'un ritratto è funesto,
il fuochista d'argento stralunato
nella stanza del porto.
Il mare ventilava ì suoi capelli.

Io so che nulla potrà mutare
il cuore della mia gente,
il pianto dentro i muri nella sera,
i paesi violati da un respiro
di vento appena.

I morti nuovi brucerà l'estate,
fumerà l'azzurro
dai ruderi che l’afa slarga dal mare.

Ossessa ossessa,
mia terra fedele al soliloquio
Che sale incontro ai monti e le gramaglie
trascina, le sue colpe,
l’innocenza ferita come un figlio.


A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
<< Com’è bella notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno
>>. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.


Torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.

O finestrelle, pozzi, logge, vetri
attaccati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.


L’alba

Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
È l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.


Caffè del porto

Il cane ha freddo e silenzio.
Solo come il cuore.
I marinai se ne sono andati,
da una mano all’altra passavano il berretto.
E la sposa stucchevole si gira
dentro lo specchio e mai si sposerà.
La pioggia spoglia gli anni
e la Vergine invecchia
col suo latte giallo.
Il cane ascolta il cuore
e il Sud è malinconico
come un vecchio confetto.


Io penso ai morti

Nella pioggia che batte e scioglie i cieli
– i grandi cieli all’improvviso soli –
io penso ai morti. Udranno a lungo i treni
chiamare in sogno le città perdute
e dare ai nomi dell’addio la voce
che resta della sera.

Sei, a chiamarti, il nome delle sere
che non risponde, ma potresti avere
bisogno del racconto, d’una voce,
per questa pioggia che ti fa più sola
dei lumi senza requie.
                                     Tornerai
dalla musiche morte, dalle gronde
dei tuoi mattini, amore che riprendi
dal naufragio l’ala del tuo volo. 

Alfonso Gatto

1 commento:

  1. prof. Attilio Amato27 novembre 2010 11:18

    Alla base della poesia di Alfonso Gatto c'è questa maturazione a capire la propria storia e della sua gente. C'è una sua aderenza, non mai smentita, ad un'anagrafe d'uomo del Sud, del suo sangue e della sua terra. Sublime poeta del Novecento letterario italiano.

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