1 novembre 2009

ADRIANA PASSARI: LUCI DI GUBBIO

Ancora un modo di accostarsi alla terra delle nostre radici, in cui, come abbiamo visto in ogni brano, la polarità morte-vita, e la continuità del tempo, si intrecciano. In questo racconto breve, pubblicato da Akkuaria in una raccolta sulle città d'Italia, vita e morte sembrano essere lì, insieme, sul crinale della collina, quasi in dissolvenza...



Gubbio, città di pietra, di ulivi e di fichi racchiusi dai muretti degli orti.

Quando arrivi da Perugia la scopri dalla cima della collina, ferma, bella nel suo Medio Evo intatto e bianco.
E il monte dietro, che le fa da sfondo e cornice.
Sulla pelle cominci ad avvertire la Storia.
Ti fai pellegrino di un tempo fuori dal tempo, sei vicino a Francesco, puoi vedere con i suoi occhi, e con lui entrare in città.
Ma puoi essere anche un viaggiatore dell’antica Roma, arrivare, sederti sulle gradinate del teatro, e
ascoltare Plauto, Terenzio, o Euripide… mentre godi il vento fresco della gola dell’Iridio
[1], e tornare indietro, indietro, in una terra popolata di dinosauri.
Gubbio è questo, e tanto altro insieme.
È la folla colorata della Festa dei Ceri, che assicura alla città continuità e prosperità attraverso l’energia sprigionata dalla corsa degli uomini, antica benedizione pagana, lungo strade e vicoli.
E il silenzio di angoli nascosti, tutti da scoprire; le piccole edicole, ricordo vivo di una devozione antica, che si aprono discrete sui muri.
È il sorriso pacato e bonario delle persone nei negozi e nelle strade.
E poi Natale… Gubbio e il suo albero grande, che illumina i fianchi della montagna, garante del ciclo del tempo.
E a Natale tornava a casa il mio amico dall’Ospedale di Perugia, sul lettino dell’ambulanza.
Nel suo cuore, e nei suoi occhi, la certezza del tempo e dell’eterno ritorno quell’anno era un po’ meno certa.
L’autista, un ragazzo magro, alto, silenzioso, lo colse con uno sguardo.
Partirono, senza una parola, ciascuno chiuso nei suoi pensieri.
Ma quando fu sulla collina, in vista di Gubbio, il ragazzo rallentò, poi, trovato uno slargo si fermò, girò l’ambulanza e spalancò le porte.
L’uomo disteso sul lettino la vide: la Sua città e l’Albero.
Un attimo: gli anni della sua vita, tutti insieme, come perle preziose, riflessi in quelle luci.

Una lacrima leggera.
Una gratitudine profonda .
Lentamente, il ragazzo richiuse le porte.
Senza una parola, ripresero il cammino.
Nel vano dell’ambulanza qualcosa splendeva.



[1] La Gola dell’Iridio (o del Bottaccione) è conosciuta in geologia come possibile testimonianza della caduta di meteoriti che avrebbero causato l’estinzione dei dinosauri.

Adriana Passari

2 commenti:

  1. La capacità di attrazione del messaggio evangelico raffigurato da san Francesco otto secoli fa è più che mai attuale. La sua esperienza spirituale ha una successione particolare, possiede un fascino che non può essere circoscritto a nessuna stagione storica. Si tratta di un messaggio, di una spiritualità che rivendica la sua libertà, la sua capacità di vivere. E' testimonianza di ciò che in questo scritto, in una situazione dolorosa e triste, si senta la nesessità di avvertire la sua presenza. E' molto bello.

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  2. E' nei momenti di "crisi" che ci spogliamo degli orpelli e l'essenza si impone....quando in estate cammino a volte sulla spiaggia,ai miei occhi i bambini e gli anziani sono sono i più "veri"...perchè più immediatamente vicini all'essenza...e Francesco ha toccato l'essenza che ci fa essere e sentire, nel "Tutto"...più ci spogliamo e più siamo "creature". Grazie.
    adriana

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