AGNESE DI VENANZIO, FUOCO DI CASA MIA.

Carissimo Antonio, un pensiero per te, ora che si avvicina l'autunno e a seguire l'inverno e tante nostalgie e ricordi di vita vissuta in famiglia, così rileggendo questa mia "poesia" scritta il lontano 31 - 01 - 1998  sabato h 07,00  ho provato una certa emozione. In campagna mi piace alzarmi presto, il rito dell'accensione del camino, preparare la colazione… lo ricordo ancora quel giorno nella mia piccola casa di campagna a Forano (il fuoco mi ha sempre ispirato).
In attesa della fredda stagione il pensiero di un invitante calduccio!....
non male no!....dici…

Un abbraccio e alla prossima.

Agnese


Fuoco di casa mia

Dinanzi al fuoco
sto mesta e silenziosa
la mente vaga, il corpo riposa
di fiamma odo i rumori
sembran cavalli in corsa, là fuori.

Oh fuoco!… il tuo fare scintillante
somiglia ad una festa allegra, invitante
lo scoppiettìo come fuochi d’artificio
d’una festa paesana
e tu scintilla
su per la cappa te ne vai lontana…
e mentre la tua luce
illumina il mio viso, io penso…
andrai di certo, sicura in paradiso.

IL SILENZIO DELLA MONTAGNA.



In montagna non si è mai soli, o meglio, si è certamente in compagnia con se stesso e con le molteplici voci delle creature che vivono d’intorno, merli, volpi, pecore e cavalli al pascolo. Pare che questi ascoltino l’ansia e l’inquietudine del cuore, della stanchezza fisica e morale, pare che rispondano all’andare ansante. Fa bene avvicinarsi alla natura con l’animo disposto a sentire il fascino della vergine bellezza per poter essere confortati nel cuore e ritemprati nel corpo. 
Nelle passeggiate sui monti mi soffermo ad ascoltare i silenzi della natura, ad osservare il rigoglio di vita che mi circonda, mi riapproprio del gusto della libertà. Ora siamo rimasti veramente soli, io e il mio pensiero, noi due, i nostri timori. Alzo lo sguardo e mi meraviglia la distesa ondulata delle montagne circostanti.


Più tardi scenderemo a valle…

UNA RECENSIONE DI FRANCESCO ANELLI DA “ROSSO VENEXIANO”.

Dal sito:



“(…) Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno (…)”.


Sono queste le parole con cui si può sinteticamente compendiare la poesia di Antonio Ragone, illustre artista letterato amalfitano, il cui afflato artistico è sicuramente corposo e intriso di elevati messaggi universali.
La sua forte propensione al gesto poetico ha origine assai lontana, bisogna principalmente ricercarla nell’atmosfere calde e sanguigne della sua terra natìa, dove il protagonista incontrastato è il mare. Ed è proprio in questo rapporto simbiotico che si ritrova la scintilla che ha dato vita al suo amore per l’arte.
Nella sua poesia vi sono segni evidenti di una ricerca originale, tesa sempre al recupero di quei valori personali che si sono smarriti nell’ideologie false e ricche di egocentrismi, una carica d’energia vitale e positiva.
Questo slancio frizzante e pieno di segnali universali si affianca sempre, quasi fosse un ingranaggio imprescindibile, al suo mare.
È “suo”, il possessivo perché è proprio suo: lo sente dentro, che scorre palpitando e si rivela in tutte le sue variegate forme presentandosi in tutta la sua spaventosa maestosità.
Nei versi di “La spiaggia dei vecchi” se ne ha una forte prova:



Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni…


e ancora qualche verso di seguito


Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.


Proprio in queste semplici parole, concatenate in un messaggio forte e allarmato, che il poeta pone l’accento del suo grido d’amore.
Il participio passato con valore aggettivale “vomitate”, nella sua accezione lessicale non certamente positiva, risponde ad una vera preoccupazione dell’autore nei confronti di un mare colpito dall’ignoranza dell’uomo e, non a caso, qualche parola prima va ad usare volutamente il sostantivo “spesa”, quasi volesse far intendere al lettore che il mare sia diventato un super mercato, in cui ci si trova di tutto. E se anche il significato dell’intera strofa rivela altresì la capacità del mare di celare tesori nelle sue profondità e in seconda battuta poi rigettarteli a suo comodo, tra le righe, resta evidente un messaggio di disagio.
Ma il poeta non si ferma, va oltre e, infatti nella chiosa finale, ci descrive un gioco millenario, che perdura in modo matematico… Il marinaio, pur temendo l’ira e la possanza distruttiva del mare, è costretto da un bisogno di sopravvivenza a sfidare le onde per andare a raccogliere i doni che lo stesso gli offre. È un rispettoso rapporto, dove il nauta sa che, nella generosità, troverà il suo compenso. Il mare, quindi, diventa stimolo per emozionare, per ritrovare affetti lontani e, a volte, dimenticati ma mai sopiti, per analizzare le proprie paure e per conservare sensazioni dal gusto pieno, in cui odori, gesti, parole, atteggiamenti sono la vita dell’artista…

Di altro registro è “Filastrocca della luna piena”:


E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte (…)


In questi primi versi, un’attesa, che perdura in ambito quasi sognante, si fa largo nella memoria appesa al tempo che scorre inesorabile e nel bagaglio delle reminiscenze, con lento procedere, prendono corpo immagini intense, palpitanti, che di certo sono appartenute all’artista e che ora si delineano lungo la dorsale del ricordo appagante…
E più avanti:


(…) Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena.


Qui, invece, la sua carica nostalgica diventa palpabile e la gioia delle serate passate insieme agli amici e agli affetti più preziosi prende spazio divenendo introspezione elevata, l’autore, in questo andamento temporale, sembra quasi che voglia rievocare quelle emozioni d’allora, come se le stesse nutrano ancora, a distanza di molto tempo, il suo cuore.
E forse è proprio così, da quelle reminiscenze non si è mai staccato, allontanato, non ha mai potuto farne senza, anche perché sono la sua vita… Sono istantanee che tiene nel cassetto e, all’uopo, le fa ritornare a galla attraverso la poesia…
Tra le spire della sua poesia si percepisce, concreto più che mai, un amore spassionato nei confronti della sua terra d’origine, è un bisogno impellente, un’esigenza vitale che s’espleta come un ampex memoriale, la cui forza diventa messaggio universale.
È la forza del suo mare a rendere il suo afflato elegiaco forte, passionale e melanconico. In “L’assenza”, infatti, appare chiaro sullo sfondo nebbioso di una serata o un giorno, poco importa, il suo bisogno di nutrirsi ancora di ciò che è stato fondamentale per la sua crescita interiore e, in una presentazione oltremodo marittima, fa una riflessione carica di tristezza ma al contempo lucida e razionale:


Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli. (…)


In questa considerazione, come si appalesa dal tono dimesso dei versi, si coglie bene la tristezza del suo pensare, evocata dalla descrizione scarna ma puntuale del palcoscenico su cui il suo razionalizzare si muove.
In quelle parole, equilibrate, precise, lessicalmente efficaci, l’ansia prende corpo evidenziando tutta la sua dirompente gravità, si rende conto consapevolmente che quei momenti non ci sono più, quegli attimi così avvolgenti non potranno più essere vissuti, ma, nonostante ciò, al solo evocarli il cuore riprende vita…
A questo punto, è logico ipotizzare che la poetica di Ragone sia vissuta e metabolizzata come un periplo avvincente, appassionante, dove il mezzo usato non è un battello o un legno galleggiante, ma bensì la memoria.
In tale viaggio i colori, le emozioni, la consapevolezza, i pareri celati e il variegato spettro dell’illusioni diventano inevitabilmente mosaico caldo di un animo sensibile, ove si rivede, esaltato in piena luce, uno sviluppo interiore.
Un tragitto preciso, a volte anche tortuoso, problematico ma sempre indirizzato alla ricerca dell’accrescimento personale e in seconda istanza persino universale.


Ne “I morti non vanno mai via”, ove la narrazione s’avvia lentamente, si può rilevare come Ragone, attraverso un linguaggio e una costruzione narrativa apparentemente semplice, desideri in qualche modo indirizzare subito il lettore verso un ambito puramente introspettivo, dove le emozioni risulteranno protagoniste incontrastate.
Grazie, infatti, ad un flash-back onirico egli entra immediatamente nel vivo della storia.
Quel bimbo, descritto con forte sensibilità autobiografica, diventa un mezzo per descrivere uno scenario preciso: un palcoscenico su cui, ancora una volta, si vedono pienamente passaggi di un vissuto di una terra cui l’autore non può distaccarsi e, ancor di più, non vuole in nessuna maniera lasciare o abbandonare…


(…) Un bambino correva lungo la stradina fitta di fichidindia sotto piante di quercia. Al di là del muretto che delimitava la stradina cespugli ed ortiche erano nati sotto alberi di carrube, e più giù ancora, la roccia che scendeva sino al mare, la tirrenica roccia su cui esili agavi s'innalzavano. Il suono dell'estate era la cicala nascosta forse tra i rami del centenario pino e il cinguettio di passeri irrequieti. In questo schietto gioco la corsa del bambino era la pagina vitale più armoniosa, il movimento che spinge l'uomo a fare la sua storia. (…)


Si ha la netta certezza che l’amore per quelle zone alimenta il suo procedere e che i ricordi saranno il punto nodale di tutta la narrazione.
I protagonisti, in un alternarsi di sensazioni forti e tenui, risponderanno o, almeno tenteranno di farlo, ad un’esigenza dell’autore stesso, cioè quel comprendere se la forza evocatrice della memoria può sostenere un amore mai svanito…E sia Angela che Adele sono la risposta.
In entrambe, in modo differente per sviluppo e modalità, vi è una consapevolezza, una sicurezza che, nonostante tutto, la vita debba essere vissuta pienamente e che nei ricordi, originati da accadimenti segnanti per il loro contenuto significativo, vi sia una sorta di medicamento salutare…
Ragone, con saggia delicatezza, sembra dirci che le memorie, seppur a volte drammatiche, tragiche, animano la vita e con esse si deve andare avanti e se ne ha la conferma ulteriore nella conclusione della storia, quando, con delicato disinganno, ci ricorda quanto i morti non ci lasciano mai…
Per esemplificare, la morte è vista come grimaldello per entrare nell’animo umano e in “L’ultima poesia”, altro racconto di una forte carica simbolica, se ne ha una riprova tangibile.
In questo racconto, dai toni mestamente noir, si gioca proprio su questo tentativo di varcare la soglia dei sentimenti, di cercare di giungere fino all’estremo e di portare chi legge verso un confine delicato, insicuro, dove le azioni si conducono solo per effetto di una soluzione tragica.
La morte del poeta rappresenta, sovvertendo e esasperando i fattori, una liberazione da quei vincoli a cui quotidianamente siamo sottoposti, è una sorta di rottura attraverso la quale si arriva alla libertà eterna. In uno strano gioco del destino la morte attua il suo disegno e per quanto sia tragico, ingiusto e terribilmente triste bisogna accettarlo perché fa parte della vita.
Questo è tra le righe il messaggio che ci vuole trasmettere l’artista.
Forse, dopo questa esegesi lievemente indicativa, si può arrivare ad affermare che Ragone, in tutta la sua artisticità appassionata e al contempo celebrativa, voglia in qualche modo riportarci all’importanza educativa delle memorie . Puntualmente, in un passo de “Il gatto d’un regno lontano”, sotto forma narrativa, lo ribadisce con forza convincente, quasi volesse marcarlo a fuoco nel nostro sentire:


(…) essendo i ricordi custoditi in qualche luogo del nostro essere, non sono vicini, ma, addirittura, sono noi stessi, il nostro pensiero, il nostro modo di comportarsi, le nostre contraddizioni.(…).
Parole che raccolgono tutta la centralità del suo gesto artistico e che, insieme alla sua terra e al suo mare, danno la misura concreta della sua forza espressiva…

Francesco Anelli

EUGENIO MONTALE E "LA CASA DEI DOGANIERI".

 

LA CASA DEI DOGANIERI

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale

Lo sfondo del paesaggio è la costa ligure, il poeta si rivolge a una donna che ha amato, ormai lontana. Uno dei temi fondamentali di questa lirica è proprio quello del "varco", il disorientamento della solitudine esistenziale alla ricerca di una vita che sia vera, ma che purtroppo rimane una possibilità non realizzata. “Tu non ricordi” è l’anafora ossessiva e inquietante della vanità d’un sogno del passato e l'inutile attesa del futuro, l’affermazione del "male di vivere".

link correlato:
http://antonio-ragone.blogspot.it/2010/07/il-correlativo-oggettivo-di-eugenio.html 

SOLO NEL SILENZIO DELL'UNIVERSO È IL VERO PENSIERO.

Quando di parla di silenzio io penso a quei luoghi ove poter trovare un po’ di pace e sentire tutte le voci del silenzio, è lì che io cerco di ritrovare me stesso, di ordinare con ansia i tanti disordini che assimilo nel mondo. Io sto bene ancora in mia compagnia, e questo mi ripara dalle inquietudini che spesso mi assediano. Ancor più la quiete io trovo quando sono in compagnia di sinceri amici che sanno comprendere la voce del mio cuore e sanno leggere nei miei silenzi.
Quando si parla di solitudine io non posso fare a meno di pensare alle distese riarse dei deserti, dove il senso dell’ignoto angoscia sapendo che non esistono oasi dove poter abbeverare l’animo inquieto. E quando si parla di deserto non posso che riferirmi alla desertificazione degli animi, è qui la vera solitudine, quando pur sommerso in una vasta folla, più che sentire il senso della solitudine, si sente forte il peso dell’abbandono.
Forse è la cosa più difficile per l’uomo riuscire a varcare la soglia dell’anima e del cuore; l’uomo di oggi, così distratto e inquinato da falsi valori, da concetti da grande fratello, sente la logica del tutto e subito che si traduce nell’annullamento dei sentimenti. E senza sentimenti non si hanno emozioni, forse molti pensano “meglio così, soffrire non voglio”, giacché i sentimenti, per coloro che li ascoltano nel silenzio del cuore e dell’anima, recano rare gioie e molti turbamenti. Ma solo così si è vere donne e veri uomini. Per questo, c’è bisogno di sentirsi leggeri, scevri da pesi imposti dal consumo che non rende veri, ma falsifica. Per questo sto qui con amiche e amici veri che se la ridono della facile illusione che rende schiavi emarginando il pensiero. Io, come voi, voglio ancora pensare.

ANA CALIYURI, LA SUA NUOVA RACCOLTA POETICA GESTO DE ORO/GESTO D’ORO.



È stata presentata a Tandil in Argentina la nuova raccolta poetica "Gesto de oro/Gesto d’oro", in edizione bilingue, della mia carissima Ana Caliyuri. È stato per me un vero piacere curarne la prefazione.


La poesia di Ana Caliyuri riproduce lo sguardo della sua anima sul mondo. L’anima è il suo luogo privilegiato ove vivono i suoi sentimenti, e da lì assiste alla realtà visibile. Un incontro, anzi uno scontro che non può che essere traumatico, è simbiosi tra entità contrapposte, è smarrimento che porta turbamento ed inquietudine. Nasce quindi l’esigenza di far ricorso alla parola che in fretta chiuda l’alto pensiero della sua poesia, quasi un grido, perché tutti sentano la sua voce che, ancorché sofferta, rechi al mondo la sua realtà sublimata. Continua a leggere la prefazione...


Ilustración, obra del artista argentino Hugo Saldivar; traducción al italiano Prof. Raffaele Serafino Caligiuri, prólogo Poeta Antonio Ragone. Gracias a todos ellos.
 

ALCUNE POESIE TRATTE DAL LIBRO GESTO DE ORO/GESTO D’ORO:

PER AMARTI MARE 
 
Per amarti 
mare, 
per amarti, 
sono venuta 
fin qui 
nel tramonto 
quale passeggera 
di una nuvola 
colle insegne  
dell'errante. 
Per amarti 
mare, 
per amarti, 
scorre 
il tempo 
che risuona 
con la sua arteria 
senza bussola 
per amarti.
È questo mistero 
l'immagine 
più convulsa 
che urla 
e tuona 
per l'aria 
ed è  temporale 
il mio invocare
la pioggia 
giornaliera
per amarti.

I LUPI

La saggia casualità
quale artigiana
dell’intangibile
trasporta nelle proprie mani
ritratti
di lupi azzurri,
bianchi,
rossicci.
Ne avverto
lo sguardo,
il profondo
mistero
del loro ululato.

STRADINA STRETTA 
 
Andrai  
uomo 
nella misura 
dei tuoi passi, 
vaticinando o no 
Illusioni, 
all'improvviso. 
Ma, quando lo sguardo 
si nutre 
solamente 
di se stesso, 
il mondo 
si stringe 
come una stradina 
a senso unico.  

SPLENDORE DELLA PIOGGIA   

La pioggia 
gode   
dello plendore   
su ogni grappolo   
della terra.   
L'aria   
annusa   
perennemente   
sui gelsomini   
ancora non sbocciati   
mentre gli uccelli   
aleggiano   
dietro il roco tuono.   
Questo giorno   
che beve   
con versi di pioggia   
lo sguardo languido   
del cielo. 

GESTO D' ORO 
 
Col gesto 
d'oro 
come l' iride 
della luce 
sussurri 
misteri. 
Nell'atmosfera 
tra le mie dita 
al ritmo  
d' una melodia  
o in un sussurrare audace 
del silenzio. 
Mai 
ti abbandonerei
perché tu 
senza redini 
sei l'amore 
che denuda 
le lettere. 
Non ti abbandonerei mai 
Musa, arcano 
o chiunque tu fossi  
perché tra noi 
c'è un patto 
mai scritto 
come la luce
nelle mie labbra 
ed il mare 
nei sensi.  

Ana Caliyuri

Post più popolari