BOJANA BRATIC


L’amica poetessa Bojana Bratic mi ha inviato questa sua bellissima poesia che con piacere qui pubblico. Ciao Boba! Antonio.






Volevo scriverti una lettera


Volevo scriverti una lettera

ma non l’ho scritta

e non la scriverò forse mai

la porterò dentro l’anima


Scrivere di qualcosa che semplicemente pensavo

Dire qualcosa che una volta si poteva dire

Afferrare l’attimo che non c’era più

Ed era tutta un’assurdità

Imperdonabile

Perché non corrispondeva alla verità.


Ma ricordare gli alberi rispecchiati dal fiume,

la casetta sull’albero costruita con le tue mani,

il girovagare per la città immensa

noi curiosi di ogni angolo

e di racconti incessanti

noncuranti e leggeri

felici tra i sorrisi, ammirati per la felicità

scambiavamo i sogni e credevamo

che ogni giorno

si specchiasse con naturalezza nel fiume.


Non parlarmi di odio oggi

Non parlarmi di uccisioni

Non ricordarmi di un dio che non c’è

Che ci distrugge orizzonti

Non mischiare i fiumi con le chimere

Non credere nei confini e nelle ingiustizie

di gente meschina

stupida

da me lontana


Liberami dai ricordi


Richiamare cieli non è più per noi

Salutarci con tenerezza non è più per noi

I nostri passi non segnano le tracce parallele

come una volta

i nostri aliti

tristemente lontani

non mischieranno la mia anima alla tua

le nostre abitazioni si ritrovano in due poli

opposti


Non ti scriverò, sai, quella lettera che né tu né io

desideriamo che sia scritta

perdiamoci

di nuovo negli abissi dell’aria

del tempo

della vita


15. XII. 2008. Modena

© Bojana Bratić

OMAGGIO AL POETA PIETRO MASTRI



Pietro Mastri, pseudonimo di Pirro Masetti, nato a Firenze nel 1868 e qui morto nel 1932, è stato un delicato poeta italiano molto attento alle tradizioni e all’ascolto della natura. Le sue poesie risentono dell’influenza di Giovanni Pascoli. Di Pietro Mastri vi propongo questa delicata poesia estiva. (scorcio notturno di Vietri sul mare)



Bella l’immagine delle stelle silenziose che vagano senza posa al di sopra della terra simili ad estive lucciole, esse sembrano piegate verso terra, in quel lembo di cielo vagante, per il peso dei chicchi di grano maturo color dell’oro. E i grilli continuano a cantare fra le zolle… e un mare argentato dall’azzurro mare di stelle… è l’estate!



LUCCIOLE


O tacite stelle, che a frotte
vagate quaggiù senza fine,
o stelle piccine e vicine,
non sente la messe che dorme
quel palpito fitto, uniforme
sfiorare le spighe recline?
Al trillo del tremulo trillo,
che a notte ogni zolla produce,
diffonde il suo ritmo tranquillo
quel palpito d'ali e di luce.

Ed ecco l’estate.


L'ARTE DI SCRIVERE IN VERSI: UNA MIA OPINIONE


Ho ritrovato questo mio scritto di qualche anno fa negli archivi del mio computer, forse era una risposta mai spedita; ma ora, approfittando della calda deconcentrazione del periodo estivo, qui la pongo, trovandola tuttora attualissima e, come tutte le risposte, giustamente dovuta. Sovente mi è capitato di valutare opere letterarie d’ogni genere. Spesso, quando si valuta una poesia di un autore esordiente o quasi, si corre il rischio, anche da parte di persone esperte del “mestiere”, di cedere al desiderio di voler forzatamente consigliare, o meglio, suggerire all’autore delle proprie regole di scrittura, spostando, in tal modo, il significato e l’intrinseco valore dell’opera verso una specie di forma correttiva, con conseguenti imprecisioni nella valutazione dell’opera.
Questo non riguarda ovviamente eventuali errori ortografici che si possono trovare lungo il cammino, bensì esclusivamente l’imposizione di modalità da seguire nel corso della composizione, del tipo:
1) non si usino parole difficili per inventare una sorta di “effetti speciali”;

2) si eviti la punteggiatura all’interno del verso sostituendola con un “andar da capo”;

3) si cerchi di scrivere il più semplice possibile.

Io, personalmente, non condivido in alcun modo queste affermazioni, sia per esperienza personale, ma soprattutto perché la lettura di grandi poeti le smentiscono in maniera decisa, da Dante fino ad arrivare ai nostri tempi, ad Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pasolini, Gatto, Sinisgalli…
Ebbene, le poesie di questi poeti, anche di colui definito il “Sommo”, posseggono “parole difficili” che sono funzionali alla poesia stessa e non considerabili “effetti speciali”.
All’interno dei loro versi c’è ricchezza di punteggiatura, persino di punti interrogativi ed esclamativi.
Le loro poesie non sono affatto semplici, giacché, se lo fossero, si mostrerebbero odiosamente edulcorate e banali.
Ciò non significa che una poesia debba essere forzatamente difficile e incomprensibile, dal momento che anche una poesia apparentemente semplice può includere una complessità di contenuti (mi viene in mente Giovanni Pascoli).
La poesia, insomma, è una creazione del tutto soggettiva, scaturita da animi e sentimenti diversi, per cui essa ne risente anche strutturalmente.
A difesa di facili fraintendimenti, è mia premura affermare, in ogni caso, un buon uso - mai un abuso - di quanto sopra descritto.
L’intento di un poeta è soprattutto quello di trasmettere, attraverso la poesia, quel “quid” che è l’essenza del sentimento espresso, lasciando il resto alla spiegazione dei critici e alla consultazione di un buon vocabolario.

(Ma questa è solo una mia semplice considerazione).
Antonio Ragone

ONDADIGRANO

È stato con intenso piacere che ho chiesto alla mia carissima amica, sensibile poetessa, che si firma con il delicato e significativo pseudonimo Ondadigrano, di collaborare al mio blog che si interessa dell’arte discreta e vigorosa della Poesia. Di lei parla se stessa, e non vi è opportunità d’aggiungere altro.
Solo grazie. (Antonio Ragone)


Nel nick che ho scelto, la mia anima, l’amore per la natura, per tutto quello che c’è di più autentico, vero, essenziale: dentro e fuori di noi. Ho radici contadine, e ogni anno, vedere nei campi il grano maturo, è come assistere al rinnovarsi di un miracolo che apre il cuore. Ed è un tornare indietro in un tempo senza tempo, allo stupore, alla gratitudine di chi vedeva nelle messi il divino. Dalla natura al mito , mi interesso di miti, simboli, religioni e culture antiche, alla ricerca del sacro femminile e del sacro in genere come valori irrinunciabili in questo momento storico così tormentato. Laureata in filosofia, mi sono occupata di didattica museale e ho insegnato lettere nella scuola media.
Ho accettato con piacere la proposta di Antonio, di collaborare al suo blog. Ci siamo conosciuti infatti in occasione di una manifestazione in cui entrambi presentavamo le nostre poesie.
Nell’accettare mi sono anche posta questa domanda: cos’è per me la poesia? Finora ho sempre scritto per me, in momenti particolari, intensi, in cui qualcosa irrompe da dentro, vuole uscire. Parole che a rileggere in seguito sono tue nel profondo, ma non sembrano neanche scritte da te. Poi un bel giorno ho deciso di inviare alcuni scritti ad un concorso… e voilà… sono stati apprezzati. Cos’è dunque per me la poesia? Sicuramente è dare voce ad uno spazio intenso e profondo, o ritrovare nelle parole altrui il mio spazio, ma la domanda che spesso mi pongo, è quanto questa espressione può dare all’esterno, insomma non si rischia l’autoreferenzialità?
Ecco, da questo spazio mi piacerebbe quindi anche suscitare uno scambio di idee, commenti, riflessioni.
Attendo, e propongo una mia poesia scritta in un periodo “cocente” della mia vita, quando si azzera e bisogna ripartire facendo tesoro di tutto quanto possiamo disporre.

PROFUMI DEL TEMPO/PROFUMI DELL'ANIMA

Nelle strade di sera
Il vento di maggio
Porta
Gli odori del tempo

Silenziosi attraversano le stagioni
Della mia vita

Come gocce di pioggia
Riflettono
Il colore
Dell'attesa
Della gioia
Del dolore feroce
Della calma serena.

Li sento
Arcobaleno del cuore
In questa
Ignota stagione


(Maggio 2003)
La poesia è stata pubblicata dall’editore Akkuaria nell’antologia del premio letterario “I veli della luna”.

Ondadigrano

ANTONIO RAGONE: SOPRAVVISSUTA BARCA

Voglio proporvi questa mia poesia tratta dal mio nuovo libro “I passi sul sentiero sconosciuto”.
Sono particolarmente affezionato a questa poesia scritta verso la fine di gennaio di quest’anno.
Io son fiero d’essere sempre sopravvissuto alle mie tempeste, lontane e recenti, e quando un giorno mi fermassi, stanco di lottare, sarà perché l’avrò voluto solo io se non chi, dopo tanta veglia, alfine mi farà dormire.



SOPRAVVISSUTA BARCA

Allinea a destra


Nel turbine dell’onde il marinaio

quando all’approdo giunge

è solo a trascinare

in secca la sua sopravvissuta

barca alla tormenta.

Cura da solo

qualche pungente ferita

bruciore d’acqua salata.


Antonio Ragone

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