AGNESE DI VENANZIO, UNA LETTERA E POESIA.


Gentile sig. Antonio Ragone,
dire gentile, sembra banale… ma la sua e-mail di ringraziamento ha toccato la mia sensibilità, oltre che per la sua considerazione anche per il tempo che lei ha voluto dedicarmi .
Dal suo blog si evince che  è una persona non soltanto impegnata, ma anche utile socialmente, a motivo ho apprezzato maggiormente.
Chissà perché Dio ha voluto che capitassi nel suo blog !… tutto è cominciato per cercare la poesia “Che cos’è una madre” del  poeta F. Pastonchi.  A volte basta un suono, un profumo nell’aria,  o un semplice oggetto, per farti immergere nei tanti bellissimi ricordi del passato… e del passato anche la propria madre!... ora da ricordare specialmente quando l’età si fa matura. Ricordi e nostalgie di quelle madri eroiche che tanto hanno saputo dare e tramandare ai propri figli, nonostante le privazioni e le scomodità di quei tempi . Sono nata il 27 gennaio 1947. Ho avuto una madre splendida.
              
Di solito conservo alcune  e-mail  che ricevo  e persino quelle che spedisco, purtroppo non è stato così con l’e-mail che le ho inviato e neppure  per il commento dall’invio non riuscito. Scrivo quasi sempre d’ istinto e soltanto quando mi vengono “contenuti” buoni e sinceri, mi piace gratificare chi mi dona qualcosa di prezioso per l’anima. Certo non mi considero una scrittrice,non avendo fatto studi letterari, faccio fatica a scrivere e lo faccio soltanto quando il mio angelo mi detta buone cose o mi invia una musichetta per consolarmi … e da lì parte la penna.              
Ubbidire subito e scrivere… altrimenti il dono sfuma !... mi sarebbe piaciuto essere una scrittrice .
Mi permetto di inviarle in allegato una mia poesia di alcuni anni indietro che scrissi dedicandola al mio fiume Tevere sabino dal titolo “Al Tevere sabino”, sono di Forano in sabina (Rieti) un paesino collinare di fronte al monte Soratte.
Visiterò ancora il suo ricchissimo blog e quanto prima provvederò ad imparare come si invia un commento.
Ho letto la sua  “Sull’intima vaghezza”,  vi ho trovato il mio stato d’animo attuale che non avrei saputo descrivere. Ho sempre pensato che leggere poesie sia terapeutico ed aiuta a capirsi ed a guarire.
Mi scuso per il tempo che le ho sottratto e la saluto rinnovando la mia stima.
Grazie infinite,

Agnese Di Venanzio  

Roma, 19-01-2012  giovedì


Al Tevere Sabino

Ti vedo da quassù
dalla mia casa di collina
mentre annaffio i miei fiori ogni  mattina,

sembri un nastro argentato, luccicante
fatto a posta per adornar le piante

Oh !... Tevere che scorri calmo e lento
ti increspi non appena soffia il vento

e mentre scorri disseti la pianura
di acqua fresca, limpida, direi pura.

Ti vedo da quassù
dalla mia casa di collina
mentre annaffio i miei fiori ogni mattina .


Forano in Sabina ( Rieti )  Martedì - 06 - 01 - 1998  h 09.30 

© Agnese Di Venanzio
Tutti i diritti riservati

SULL'INTIMA VAGHEZZA.


Càpita a volte nelle ore più nere
che mi si stringe addosso il dubbio
che mi sfianca. È la mia assenza
che mi manca, o la distrazione
della mia presenza. Qualcosa manca
al geometrico calcolo del Mistero,
e sono io l’assente, indolente e nudo,
nel mondo dove vago m’aggiro
per incontrare l’illusione di me stesso.

Copyright © Antonio Ragone
Tutti i diritti riservati

EDUARDO DE FILIPPO, NCOPP' A STA TERRA.


Un anno si chiude e un altro s’è appena aperto. Si fa per dire, è l’uomo a far rumore ad ogni nuovo compimento d’un anno; quando tutto è finito, ci accorgiamo dal silenzio che nulla è avvenuto se non una prosecuzione della vita. E poi gli anni quasi non li conteggiamo più, sembrano lunghi e vanno via veloci uno dopo l’altro. Questa società, inquinata dall’effimero, sembra aver esaurito tutto, e il senso della vita sempre più s’allontana verso un turbine di vanità nel quale veniamo inevitabilmente risucchiati giorno dopo giorno.

Ho piacere di proporvi questa poesia del grande drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo, autore di numerose opere teatrali, tra cui (impossibile qui citarle tutte) Uomo e galantuomo (1922) Ditegli sempre di sì (1927) Natale in casa Cupiello (1931) che ritengo il suo capolavoro, L'abito nuovo, scritto insieme a Luigi Pirandello (1936) Non ti pago (1940) Napoli milionaria! (1945) Questi fantasmi! (1946) Filumena Marturano (1946) Le voci di dentro (1948) L'arte della commedia (1964).

Eduardo De Filippo, fratello di Peppino e Titina, nacque a Napoli il 24 maggio 1900 ed è morto a Roma il 31 ottobre 1984, figlio naturale dell'attore e commediografo Eduardo Scarpetta e della sarta teatrale Luisa De Filippo. È da considerare fra i massimi esponenti della cultura italiana del Novecento; per i suoi meriti artistici e culturali fu nominato senatore a vita dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Eduardo De Filippo è stato naturalmente poeta, anche quando scriveva i suoi testi teatrali, per la sua capacità di linguaggio universale, semplice ma pur complessa, di andare diritto al cuore delle riflessioni profonde dell’umano.

NCOPP' A STA TERRA
 
Te pare luongo n'anno
e passa ambressa;
quann'è passato se ne va luntano;
ne passa n'ato
e quanno se n'è gghiuto
corre pur'isso nziem' a chillo 'e primma,
e nzieme a n'ati cinche
vinte
trenta
se ne vanno pè ll'aria
ncopp' 'e nnuvole.
E 'a llà tu siente comm' a nu frastuono
ch'è sempe 'o stesso
'a quanno 'o munno è munno
ncopp' a sta terra:
comme si fosse 'a banda d' 'o paese
ca scassèa mmiez' 'o vico
e s'alluntana.
Trase int' 'e rrecchie quanno sta passanno
e nun 'a siente cchiú quann'è passata.
Ma na cosa te resta:
sa che te rummane?
Te rummane 'o ricordo 'e nu mutivo
comme fosse na musica sperduta
'e nu suonno scurdato,
ca t'è paruto vivo
chiaro cchiù d' 'o ccristallo
dint' 'o suonno
e nun 'o può cuntà quanno te scite
manc'a te stesso,
tanto è fatto 'e niente.

1970

Eduardo De Filippo
(da “Le poesie di Eduardo” Giulio Einaudi Editore - 1975)

SULLA CONTA DEGLI ANNI.


SULLA CONTA DEGLI ANNI

Un anno che va
Un anno che viene
Ma gli anni son fatti di giorni
Di ieri e domani
Di pioggia che bagna
Le nude mie mani
Di sole e di vento
Che asciugano lento
Il mio tacito andare

© Antonio Ragone

LETTERA ALLA MADRE, DI SALVATORE QUASIMODO.

Nell’invocazione iniziale in latino mater dulcissima, che ricorda le litanie in onore della Madre di Gesù, è condensato l’affetto quasi religioso del Poeta per la madre lontana. Egli ha sempre sentito nel cuore la spina d’avere un giorno lasciata la madre in terra di Sicilia per andare in altri luoghi; e in quel dulcissima mater, ripetuto a chiusura della lettera, c’è anche un’invocazione di perdono, proprio come in una preghiera. Il Poeta vive a Milano e, nel paesaggio malinconico del Naviglio che urta sulle dighe, degli alberi pregni d’acqua, del bruciore della neve, egli avverte, al di là delle nebbie, la triste nostalgia. Così  immagina la madre che soffre per il figlio distante dalla sua fanciullezza; eppure egli la tranquillizza:

non sono triste, e pur non essendo in pace con me stesso, non aspetto perdono da nessuno perché nessuno ho offeso; mentre molti mi devono lacrime per come mi hanno fatto tanto soffrire.

Quante lettere che la madre gli ha scritto alle quali egli non ha mai risposto!
Ma oggi, finalmente, è lui a scrivere; e s’affollano i suoi ricordi, quando ancora ragazzo, fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca, ad inseguire la sua vita che lo chiamava e  i suoi sogni letterari. Quanto timore nel cuore della madre desolata per la prontezza di cuore del figlio e la sua generosità. Ora il Poeta ricorda, sì, rivede la madre il giorno della sua fuga dalla stazione ferroviaria di Licata, alla foce del fiume Imera, fiume di gazze e sale giacché prossimo alla foce, rivede gli alberi  d’eucalyptus.  Il Poeta è grato alla madre per avergli messo sul labbro una mite ironia sorridente che lo ha aiutato nei momenti più difficili e tormentati della vita, e non importa se ora ha qualche lacrima per lei e per tutti quelli che aspettano e non sanno che cosa, forse solo la morte: che sia gentile, non fermi l’orologio che batte sopra il muro della cucina, testimone di tutta la sua infanzia e non sfiori col suo gelo mortale la mano e il cuore dei vecchi. Chi risponde alla sua invocazione? Solo il silenzio, al quale il Poeta affida il suo affettuosissimo addio alla sua madre lontana.


LETTERA ALLA MADRE

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d'amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» - Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore,
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance
alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell'ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro,
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater

Salvatore Quasimodo
(da “La vita non è sogno” 1946 –1948, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore 1960)

AI MONTI DI TRENTO, DI ALFONSO GATTO.


Nella sera i monti acquistano una particolare bellezza, appaiono più maestosi, solitari, grandi masse tinte d’azzurro. Al Poeta portano il ricordo d’altri monti, quelli rocciosi che sovrastano il golfo di Salerno, la sua città lontana. Nel silenzio placido della sera e della chiarità lunare che induce al sogno riemergono intatti i ricordi. Dolcissima la visione della madre lontana, sola in quella chiara notte d’ottobre insieme con la luna, mentre la brezza le agita i capelli sulla fronte e le case intorno vanno facendosi oscure. Un ricordo si precisa, nitido, è un momento di profonda intimità fra madre e figlio: era anche quella una sera di luna nascente, il cui tenue colore si confondeva con l’ultima luce del giorno, quando la madre gli posò le mani sul capo dicendogli vedi, a noi d’intorno il tempo s’è fermato; ed è proprio quest’indugiare delle mani della madre sul suo capo che arresta il tempo e dà a quella materna carezza un potere che supera gli anni e trasfigura d’azzurro tutto il passato.

AI MONTI DI TRENTO

Bei monti della sera
azzurra è già l'Italia.

Penso a mia madre sola con la luna
nella notte d'ottobre, ancora estiva
la brezza muove i suoi capelli, imbruna
sulle case d'intorno.

Così la chiara spera
dei monti a lungo ammalia
nei pascoli la sera.
Odora già l'Italia
di polvere e di rose.

Era la luna ancora effusa al giorno,
mia madre a lungo sul mio capo pose
le mani e disse: « vedi, a noi d'intorno
il tempo s'è fermato... ».

Bei monti della sera
azzurro è il mio passato.

Alfonso Gatto                        
Da (“Arie e ricordi” 1940-1941 in Poesie scelte dall'autore - Arnoldo Mondadori Editore 1972)

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