RIELABORAZIONE DE “IL CORVO” DI EDGAR ALLAN POE.

Breve esistenza infelice, quella di Edgar Allan Poe, letterato statunitense nato a Boston nel 1809 e morto a Baltimora nel 1847, due giorni dopo che venne trovato agonizzante davanti ad una taverna,  per un attacco di delirium tremens, causato da eccessi alcolici. La sua produzione letteraria analizza la sua convinzione che non esiste la vita sola in sé stessa, bensì esiste, in un tutt’uno, il binomio vita-morte. In questo contesto riesce a carpire presenze e situazioni sinistre, sgomento e angoscia, diffusa tenebra attraversata con allucinata impassibilità. Famosi i suoi Racconti del terrore e le sue Poesie, dove l’incoscienza dell’ignoto si fa metafora del mistero attraverso la simbologia di sudari ondeggianti e bizzarre apparizioni che possono essere i fantasmi che tormentano l’essenza umana. Il poema Il Corvo saccheggia il cuore e l’anima di Poe in un geometrico progetto dove convive la tenebra con l’angoscia. 

Anni fa ho voluto cimentarmi nella traduzione, o meglio, rielaborazione di questo poema. Non ho l’ho rielaborato per intero, anche per questioni tecniche, come la lunghezza, ma perché ho ritenuto fermarmi laddove m’è parso aver raggiunto il mio scopo, avvicinarmi al mare, e così tralasciare la parte finale del testo, aggiungendovi una mia personale strofa.


IL CORVO

Mezzanotte cupa, io, debole e stanco, mentre medito
su voluminosi libri d'una remota conoscenza,
sopraggiunge il sonno reclinando il capo,
allora, improvviso e leggero,
un lieve tocco alla mia porta sento.
«Qualcuno forse c'è» dissi fra me «che alla mia porta bussa.
Questo soltanto o nulla più?»
Ah, chiaro è  il ricordo di quel Dicembre grigio;
e dal morente tizzo percepivo al suolo i suoi fantasmi.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.

E  m'inorridiva il serico, triste, incerto mormorio delle sanguigne tende,
carico coi fantastici terrori miei dapprima sconosciuti,
benché al mio cuore inquieto ripetessi:
«Qualcuno, forse, implora ingresso alla mia porta,
qualcuno, in ritardo, forse, implora ingresso alla mia porta,
questo è; e nulla più».
Il coraggio cercai più forte; e non più esitai,
«Signore»dissi, «o Signora,  il vostro perdono veramente imploro;
ma il vostro tocco è così lieve e così inquieto è il sonno,
così leggera mano alla mia porta,
che ho dubitato d’aver davvero udito» - qui spalancai la porta:
C'era l'oscurità e nulla più.

Profondo in quella oscurità a lungo le tenebre fissai, attonito, timoroso,
dubitando, sognando sogni che nessun mortale ha mai osato prima.
Ma restò inviolato il silenzio, il tormentato silenzio.
E allora fu solo la mia voce, trepida, a bisbigliare «Leonore!»
e l'inquietante eco mormorò «Leonore !»
Soltanto questo e nulla più.

Ritornai alla mia camera con l'anima straziante.
Ma presto, ancora, udii bussar più forte alla mia porta.
«Certamente» dissi, «Certamente, qualcosa c'è alla mia finestra;
voglio il buio vedere e il mistero esplorare,
il turbato mio cuore calmare, e il mistero esplorare.
Ma c’è solo il vento e nulla più».

Or d'improvviso spalancai l'imposte, quando, le ali agitando,
entrò solenne un Corvo imperiale dei santi e remoti giorni,
che non l'inchino fece, o solo un attimo si fermò;
ma, con l'aspetto di cavaliere o dama, si depose sulla mia porta,
su un busto di Pallade sulla mia porta si depose,
là si sedette, e nulla più.

Allora quest'uccello d'ebano, per l'austera espressione decorosa e grave,
al sorriso ingannò la mia tristezza,
«Tu,  sebbene glabra sia la tua cresta»
dissi, «un codardo certo non sei,
orribile, arcigno ed antico Corvo, che vagabondi sulle Notturne spiagge,
aprimi al mistero del tuo nome che porti sulle spiagge
delle plutonie Notti!».
Disse l'imperiale Corvo: «Mai più».

O meraviglia per questo uccello sgraziato dissertare così chiaramente,
sebbene la sua risposta fu di così poca consistenza;
Nessun essere umano certo ha mai visto
un uccello sopra la sua porta
uccello o bestia sul  busto scolpito sopra la sua porta
con un così strano nome: Mai più.

Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Null'altro proferì, non agitò le ali.
Fintanto che non bisbigliai: «Altri amici son già volati via, già tanti,
e appena giorno egli mi lascerà, le mie Speranze, anch'esse,
voleranno via».
Allora l'uccello disse: «Mai più».

Quale orrore per me fu quella risposta calma nell’angosciante silenzio,
«Indubbiamente» mi dissi «quel che dice non è che unica sua scorta
carpita a un infelice padrone sull’orlo d’un impietoso Disastro,
inseguito veloce, e più veloce, fin quando melodiosi
non furono i suoi canti,
una melodia funebre i canti malinconici della sua Speranza:
«Mai, mai più».

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Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.


(Di certo il Corvo, burrascosi
oceani ha attraversato,
chiuso in violenti turbini,
per raggiungermi al lontano castello
sopra salmastre rocce).


Rielaborazione di Antonio Ragone
(da Edgar Allan Poe: “The raven and other poems”)
(da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria  - 2007)

SETTEMBRE!... AUTUNNO PRECOCE, DI AGNESE DI VENANZIO.

Un mio testo del 2000 "Settembre autunno precoce", declamabile possibilmente al tempo di nenia, per descrivere il sole che si prepara a dormire. Quasi una fantasia fanciullesca, ma la poesia cos'é se non un essere anche fanciulli?....
 

Un caro affettuoso abbraccio in attesa che l'autunno ci dipinga i boschi, gli alberi delle città e la natura tutta.
Agnese.



Settembre!... autunno precoce                
(a ritmo di nenia)


Sento precoce
il sole che stanco sbadiglia
un soffio di vento, ozioso bisbiglia,

forse desidera il sonno invernale?...
forse è già stanco? …
forse sta male?...

Ma é più di sei mesi, nel cielo che brilla…
da tempo lui sogna una piccola culla,
di nuvole bianche,
come capelli di nonne stanche;

Sento precoce
il sole che stanco sbadiglia
un soffio di vento ozioso bisbiglia;

Presto è l’autunno
si va a riposare
al caldo fuoco potrai riscaldare!...

© Agnese Di Venanzio
15 – 09 – 2000

COMMENTO ALLA POESIA “IO TI CHIESI” DI HERMANN HESSE.

Kirche Carona di Hermann Hesse Aquarell 30.07.1923
Hermann Hesse nacque a Calw, in Germania il  2  luglio 1877 e morì a Montagnola, in Svizzera, il 9 agosto 1962. 
È stato multiforme artista: scrittore, poeta, pittore. 
Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1946. 
Vastissima è la sua produzione, in versi e in prosa. 
Questa poesia è tratta dalla raccolta Poesie Romantiche del 1920.






Tra la mia pittura e la mia poesia non c'è discrepanza, cerco sempre la verità poetica.             (Hermann Hesse - 1920)


Nella semplicità dei gesti più comuni sono racchiuse le meraviglie che ancora possono far sussultare il cuore. No, che gli uomini non cerchino sofisticate vie, effimere e apparenti bellezze, perché lì altro non possono trovarci che sterilità e aridità. Sono le cose più vicine a noi che purtroppo sono diventate le più lontane. Riappropriamoci di esse, sono dentro di noi, nel profondo di noi. Come mi giunge attuale questa breve e intensa lirica di Hesse. Protagonista è un gesto semplice, lo sguardo, che apre il mondo infinito e indefinito dell’amore, fino a diventarne complesso, come in effetti ampio e misterioso è il sentimento dell’Amore. È nella complessità che ritroviamo la semplicità e quindi qualche varco che ci sveli una meraviglia senza che sia necessario proferire stupide e banali parole. È “solo” lo sguardo. Stupendo l’incipit “Io ti chiesi”: inizia così un  dialogo chissà già da quanto tempo maturato nell’animo del poeta per esprimere la triste bellezza d’uno sguardo amante.

(Antonio Ragone) 

IO TI CHIESI

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.

Hermann Hesse 

(da Poesie Romantiche, 1920)

(Traduzione di Brunamaria Dal Lago Veneri)

AGNESE DI VENANZIO, COME UNA NINFEA.






Come una ninfea



Tu figlia mia,

come fiore d’acqua

acqua, segno di fecondità

che apri la tua corolla

e ti lasci cullare

baciata dal sole

nell’andare della vita!...

Non chiudere la tua corolla

Alla “ Parola “

che Dio ti sussurra.


LUNA D’AUTUNNO, DI FÁTIMA ROCÍO PERALTA GARCÍA.

I Edizione Gennaio 2013


PREFAZIONE



LUNA D’AUTUNNO



(raccolta di poesie di Fátima Rocío Peralta García)



di Antonio Ragone

Già fin dal titolo “Luna d’autunno”, s’intuisce l’atmosfera che si respira tra i versi della giovane poetessa peruviana Fátima Rocío Peralta García.
La luna, lì sospesa proprio in mezzo all’universo del mistero umano, sempre così tanto amata e cantata dai poeti, e da questi sempre vista come interlocutrice privilegiata, rappresenta la meta agognata e mai raggiunta, il desiderio più alto e più lontano ove trovare risposte alle tante domande disattese, e allo stesso tempo è rifugio delle inquietudini dell’animo umano. Bisogna alzar lo sguardo verso l’alto per mirar la luna, e già questo è segno d’una affannosa ricerca di sublimazione d’una realtà terrena nei cui meandri il pensiero si smarrisce e s’inquieta.
L’autunno è la stagione che segue alle follie dell’estate, può essere un momento di pausa per la riflessione (continua a leggere…)


“Sul lago della luna d’autunno

al tramonto dell’alba”




Boschi di silenzio

Si fonde la mia voce
tra immagini e suoni,
quale mito immortale
sulla linea melodica del bel canto.

O solitudine mia!
Si scopre sul palco del vento.

Illusioni
nella distanza del tempo
attraversano
boschi di silenzio.


Pelle di rosa

Profumo di un sospiro
al passo di un cammino,
pelle di rosa
frammento di un amore.

Preghiera di rugiada
spina di un addio,
nell’esilio della notte
portata dal vento.


Lacrima

Mirra d’argento
riposa sul mio velo,
affresco di Nardo
diletto.


Diluvio

Sul bilico dell’alito
al di là della verità,
labirinto nudo
senza dignità.

Lacrime del cielo 
alleanza nuova.

Ramo d’olivo
sulle morte foglie.
                       
Ferma il respiro.                     


Esodo

Forestiero
nelle acque del Nilo
stella deserta
nel frastuono del mondo.

Pagine di fuoco
manna del deserto
acque e palme
vigna d’incenso.

Fátima Rocío Peralta García

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