La poesia è semplice, sembra semplice, eppure racchiude in sé gli echi di una cultura millenaria, e, forse, soprattutto, una parte del mistero dell'esistenza. Nel Museo dove lavoro, i giorni scorsi è stata inaugurata una mostra in cui compaiono alcune statuine dai 20.000 ai 5.000 anni fa... statuine di donne incinte, di DEE MADRI. Se l'Uomo preistorico, nel momento in cui comincia a produrre simboli e forme artistiche, nonché a esprimere il suo sentimento religioso, inizia con corpi di donne dee madri... e con questo celebra in qualche modo la vita, non è poi così peregrino che la figura della madre rappresenti "l'abbondanza" dell'Universo, i doni che continuamente riceviamo dalla vita. Il problema forse è che il Femminile e tutto ciò che ne consegue, (insieme alla cultura del dono e della Cura) non hanno molta voce né ascolto...
Proseguendo il percorso di Adriana e il suo lodevole impegno per il suo progetto sull’importanza degli alberi, è risalita dai giardini della mia memoria questa poesia del poeta Francesco Pastonchi “Che cosa è una mamma”. Forse sono versi semplici, presentano una struttura poetica fragile, sono versi da sempre ignorati e sminuiti dalla grande critica letteraria, ma, pur condividendo, almeno in parte, tali considerazioni, voglio proporla per la sua forza evocatrice nel riportare alla mente e soprattutto al cuore cose che crediamo solo apparentemente trascorse e consegnate definitivamente al passato. Ma per il poeta una mamma è come un albero grande che pur offrendo infiniti frutti non resta mai spoglio. È come una sorgente perenne, limpida e senza fango sul fondo. È come un mare pieno di tesori che ti accarezza e ti culla con le sue onde.
(Antonio Ragone)
CHE COSA È UNA MAMMA
Rititì lo vuoi saper tu Che cosa è una mamma? Nessuno, nessuno dei bimbi lo sa. Un bimbo nasce e… va, lo sanno, ma forse, ma tardi, quelli che non l’hanno più. Rititì, che pensi e mi guardi, Rititì lo vuoi saper tu?
Una mamma è come un albero grande che tutti i suoi frutti dà: per quanti gliene domandi sempre uno ne troverà. Ti dà il frutto, il fiore e la foglia, per te di tutto si spoglia, anche i rami si toglierà. Una mamma è come un albero grande. Una mamma è come una sorgente. Più ne toglie acqua e più ne getta. Nel suo fondo non vedi belletta: sempre fresca, sempre lucente, nell’ombra e nel sole è corrente. Non sgorga che per dissetarti, se arrivi ride, piange se parti. Una mamma è come una sorgente.
Una mamma è come il mare. Non c’è tesori che non nasconda, continuamente con l’onda ti culla e ti viene a baciare. Con la ferita più profonda non potrai farlo sanguinare, subito ritorna ad azzurreggiare. Una mamma è come il mare.
Una mamma è questo mistero: tutto comprende, tutto perdona, tutto soffre, tutto dona, non coglie fiore per la sua corona. Puoi passare da lei come straniero, puoi farle male in tutta la persona. Ti dirà: "Buon cammin, bel cavaliero!" Una mamma è questo mistero.
Francesco Pastonchi è stato un poeta italiano, nato a Riva Ligure, provincia di Imperia, il 31 dicembre 1874, ed è morto a Torino il 29 dicembre 1953.
Sempre a proposito di alberi, vorrei aggiungere la parte finale di un’antica preghiera lituana e due poesie scritte da due ragazzini di seconda media, nella cui classe, ho fatto un lavoro da esterna, alcuni anni fa. Si tratta di un progetto approvato dal MIUR per il quale ci sarebbero anche dei fondi (pochi). Se tra i lettori ci fosse qualche insegnante interessato può contattarmi in privato ondadigrano@hotmail.it. (Se ragazzini di 11, 12 anni riescono a scrivere queste cose,si può godere dell’intima soddisfazione di non avere seminato invano…).
Non permettere che io tagli alcun albero senza una sacra necessità. Non permettere che calpesti alcun campo fiorito. Concedimi di piantare sempre alberi, perché gli dei guardano con benevolenza coloro che piantano alberi lungo le strade, in casa, nei luoghi sacri, agli incroci e presso le abitazioni.
Quando ti sposi pianta un albero nuziale. Quando un bimbo nasce, pianta un albero. Quando una persona che ami muore, pianta un albero per la sua anima.
In ogni festa, in tutte le occasioni importanti, fa visita agli alberi.
Le preghiere sono accettate con gratitudine dagli alberi. Così sia.
Sento di voler riprendere il discorso aperto da Antonio, a proposito di Francesco, anche se da una prospettiva diversa. Abbiamo parlato della ricerca, o del trovare l’essenza. Nella sua “nudità” Francesco ha trovato una ricchezza altra, una pienezza, che solo lo svuotarci, il liberarci dai tanti orpelli, possono darci.
Ha scoperto, o incontrato, la fusione con il creato, e le singole creature. Con sorella acqua, con fratello sole, fratello lupo, sorella morte…
E questa essenzialità piena, straripante, ce la ripropongono molte culture che non hanno (ancora, o non avevano) “abiurato” il contatto con la natura, permeate da un profondo senso del sacro.
Vorrei proporre qui, pertanto uno stralcio di un brano di Isaia tratto dalla Regola Camaldolese, uno da una raccolta sui Nativi americani e uno di San Bernardo da Chiaravalle. Ad ognuno le proprie considerazioni…
Adriana
“Pianterò, Egli dice, nel deserto, il cedro e il biancospino, il mirto, l’olivo, l’abete, l’olmo e il bosso”. Se dunque desideri di possedere di questi alberi in abbondanza o se brami di essere tra loro annoverato tu chiunque sii, studiati di entrare nella quiete della solitudine. Quivi infatti potrai possedere, o diventare tu stesso un cedro del Libano che è pianta di frutto nobile, di legno incorruttibile, di odore soave: potrai diventare, cioè, fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore, fragrante per nome e fama; e come cedro che si innalza sul Libano, fiorire di mirabile letizia Potrai essere anche l’utile biancospino, arbusto salutarmene pungente, atto a far siepi, e varrà per te la parola del profeta “sarai chiamato ricostruttore di mura, restauratore di strade sicure”. Verdeggerai altresì come mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; farai cioè ogni cosa con modestia e discrezione, senza voler apparire né troppo giusto né troppo arrendevole, così che il bene appaia nel moderato decoro delle cose. Meriterai pure di essere olivo, l’albero della pietà e della pace, della gioia e della consolazione. Potrai essere abete slanciato nell’alto, denso di ombre e turgido di fronde, se mediterai le altissime verità, e contemplerai le cose celesti, se penetrerai, con l’alta cima, nella divina bontà: “sapiente delle cose dell’alto”. E neppure ti sembri vile il diventare olmo, perché quantunque questo non sia albero nobile per altezza e per frutto, è tuttavia utile per servire di sostegno: non fruttifica, ma sostiene la vite carica di frutti. Finalmente non tralasciare di essere bosso, pianticella che non sale molto in alto ma che non perde il suo verde, così che tu impari a non pretendere d’essere molto sapiente, ma a contenerti nel timore e nell’umiltà e, abbracciato alla terra, mantenerti verde. Tu dunque sarai un Cedro per la nobiltà della tua sincerità e della tua dignità; Biancospino per lo stimolo alla correzione a alla conversione; Mirto per la discreta sobrietà e temperanza; Olivo per la fecondità di opere di letizia, di pace e di misericordia; Abete per elevata meditazione e sapienza; Olmo per le opere di sostegno e pazienza; Bosso perché informato di umiltà e perseveranza.”
Isaia 19,41
Sai che gli alberi parlano? Sì, parlano l’uno con l’altro, e parlano a te, se li stai ad ascoltare. Ma gli uomini bianchi non ascoltano. Non hanno mai pensato che valga la pena ascoltare noi indiani, e temo che non ascolteranno nemmeno le altre voci della natura. Io stesso ho imparato molto dagli alberi: talvolta qualcosa sul tempo, talvolta qualcosa sugli animali, talvolta qualcosa sul Grande Spirito.
Tatanga Mani (bisonte che cammina)
Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t'insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà. S. Bernardo da Chiaravalle
Carlo Betocchi nacque a Torino il 23 gennaio 1899 e morì a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986. “L’Estate di San Martino”, uscito nel 1961, è sicuramente la raccolta che rappresenta la sua più alta definizione poetica, dove malinconie e speranze possono nascere da una immagine popolarmente acquisita, quando, nel segno di quei giorni d’ultimo sole che precedono l’inverno, s’intravede la fine di un tempo umano per riproporsene un altro, più avvertito e forse sperato. Allora anche qui si eleva dalle radici dell’essenza umana il ri-cordare - letteralmente, riportare al cuore - le dormienti memorie che improvvise si ridestano per fondersi con la consapevolezza di un nuovo ciclo vitale che il poeta affida ai versi “Per cui” l’ultima sua poesia raccolta in volume nell’imminenza degli ottanta anni.
Di questa raccolta vi propongo la poesia "Memorie comuni"; la poesia che dà il titolo a tutta la raccolta la trovate qui.
MEMORIE COMUNI
Quella era vita da poveri. Non avevamo pensieri che da poveri. Come mangiare, domani; e speranze che mitigavano l’affanno. Oh l’affanno era ricco di speranze. Pareva un campo, tra il sì e il no, quando lo guarda il contadino, dubbiando, ma altri, che passi, si rallegra delle farfalle. Nelle diverse prospettive, vivendo la nostra vita da poveri, chi noi fossimo, e ricchi di quali parole, nessuno sapeva. Si maturava la ricchezza del semplice vivere di qualche lavoro, di patimento e di speranza. E il suo volto era remoto, e il più remoto Iddio era quello che pregavamo.
PER CUI
Per cui
un vecchio come me s’alza dalla sua
sedia senza vacillare e si guarda
d’intorno. E s’accorge, senza averne
spavento, che il tempo scivola come
rena, e che il nuovo è tutto da venire
ancora tutto da venire: e sente
dire in sé sommessamente, dalla vita:
siamo parte dell’humus che prepara
il futuro, noi che ce ne andiamo.
L’alluvione del 1954, bellissimo l’intervento di Antonio, poesia da brividi. Ricordo che, a casa, quando la mia era una famiglia numerosa, mi parlavano spesso dell'evento, e non potevo non volare con la fantasia per cercare anche solo di percepire come maestoso e terribile possa essere stata la furia della natura, che rende l'uomo piccolo piccolo. Poi le varie tragedie di ordine idrogeologico, ultima quella di Messina, mi hanno fatto anche capire che, alla furia incontrollabile di madre natura, spesso anche l'uomo, come successe a Bracigliano e Sarno nel 1998, ci mette del suo, ed allora allo sgomento si assomma la rabbia, e sembrano anche un po’ sterili i discorsi del tipo "quando mai l'uomo imparerà che..." e un florilegio di bla bla bla… mi viene da pensare che se l'uomo non ha realmente imparato niente da Auschwitz e da Hiroshima, ben difficilmente imparerà dalle alluvioni. E qui appare funzionale e suggestivo legare questa mia riflessione a quella di Adriana quando afferma, a commento del delicato e bellissimo brano “Luci di Gubbio” che è “nei momenti di crisi che ci spogliamo degli orpelli e l’essenza si impone”. Verissimo e profondo. Fino a toccare la propria “essenza”. La vita è militanza, nei tempi antichi c'era l'immagine del cristiano "miles" che, aggrappandosi alla speranza che non tutto sarebbe finito in questa vita, grazie al sacrificio di Gesù Cristo, portava avanti la sua militanza con tutte le implicazioni, sofferenze, delusioni, catastrofi naturali, torti, ingiustizie, che essa comportava, conscio pure della testimonianza del Figlio di Dio, cui il Padre non aveva risparmiato nulla, ma che si stagliava al centro dei tempi affermando che la Morte, con le sue orrende conseguenze, ma col pensiero fisso al "non prevalebunt", non avrebbe avuto l'ultima parola. Rivoluzione delle rivoluzioni.