Ci son cose che possono aprirci un mondo pieno di luci
scintillanti e accese di domande sempre aperte che finalmente almeno un poco ci
rischiarano il cammino sempre incerto e misterioso dell’esistere. Ricostruire i
sogni non è altro che trovarci di fronte ad una realtà compiuta dopo una lunga
attesa. Ed è conquista di segreti che aprono nuovi orizzonti alla vita, forse
finalmente il disordine può riordinare il caos che ci circonda e alfine
metterci di fronte a verità sempre cercate e mai trovate. Sono la tenacia del
poeta, l’essenza della poesia, lo sconvolgimento della realtà che si credevano
consolidate, ma in effetti sono sempre in movimento, sempre in attesa d’una
definitiva soluzione.LUOGO DEDICATO ALLA CULTURA LETTERATURA POESIA E AI GRANDI POETI DEL NOVECENTO
CAMMINANDO RIFLETTENDO…
Ci son cose che possono aprirci un mondo pieno di luci
scintillanti e accese di domande sempre aperte che finalmente almeno un poco ci
rischiarano il cammino sempre incerto e misterioso dell’esistere. Ricostruire i
sogni non è altro che trovarci di fronte ad una realtà compiuta dopo una lunga
attesa. Ed è conquista di segreti che aprono nuovi orizzonti alla vita, forse
finalmente il disordine può riordinare il caos che ci circonda e alfine
metterci di fronte a verità sempre cercate e mai trovate. Sono la tenacia del
poeta, l’essenza della poesia, lo sconvolgimento della realtà che si credevano
consolidate, ma in effetti sono sempre in movimento, sempre in attesa d’una
definitiva soluzione.SAN MARTINO DEL CARSO, DI GIUSEPPE UNGARETTI.
SAN MARTINO DEL CARSO
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato
(Giuseppe Ungaretti)È un paesaggio di guerra, un brandello di muro che richiama i brandelli dell’uomo. Sono le case che sanguinano insieme ai loro abitanti. Non si vive più da nessuna parte, la solitudine si fa spazio ed emerge nell'assenza totale dei contatti umani. È il cuore del poeta che salva il mondo, più sofferente della sofferenza esteriore, perché nel mio cuore nessuna croce manca. Il cuore è il paese più distrutto dalla guerra. Sono il dolore e la tristezza a costruire un Paese nuovo proprio nel momento più amaro della solitudine e dell’abbandono. È il luogo più sublime dell'uomo, il centro supremo, nel cuore del cuore, dove l'uomo si fa Uomo.
L’immagine di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, è per il poeta l’equivalente delle distruzioni che sono celate nel suo e mio cuore. San Martino è un paese straziato, più straziato è il cuore del poeta. Così, eliminando ogni descrizione e ogni effusione sentimentale, Ungaretti riesce a rendere con il minimo di parole la sua pena e quella di tutto un paese, e dà vita ad una poetica tutta nuova che inciderà fortemente e inevitabilmente sull’intera poesia del novecento italiano e su quella attuale.
MENTRE DI NOTTE PIOVE...
Fradicio di pioggia
Mi tengo stretto
A questa luce fioca
D’un lampione poco illuminato
Mi tengo stretto
A questa luce fioca
D’un lampione poco illuminato
Che pure disegna
Stelle limpide d’acqua
Nella notte buia
Stelle limpide d’acqua
Nella notte buia
© 2013 Antonio Ragone - inedita
“UN’ALBA” DI ALFONSO GATTO.
![]() |
| SALERNO |
UN’ALBA
Com'è spoglia la luna, è quasi l'alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d'autunno nei cancelli.
È l'ora fioca in cui s'incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l'attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d'autunno s'aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d'erba.
La porta verde della chiesa è il mare.
Com'è spoglia la luna, è quasi l'alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d'autunno nei cancelli.
È l'ora fioca in cui s'incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l'attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d'autunno s'aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d'erba.
La porta verde della chiesa è il mare.
Alfonso Gatto
È trascorsa la notte fitta di pensieri. Ora è quasi l’alba, la luna si sta spogliando del buio. L'alba tratteggia la chiara bellezza della “nostra” città che si risveglia; e lo fa senza rumore, in un’attenuata atmosfera appena brulicante di vita. Che splendide immagini! I treni della stazione, le palme nei giardini che sembrano rabbrividire al primo autunno, il trotto di un cavallo sulla strada di terra battuta, l’attacchino di manifesti che sposta “dolcemente” la scala lungo i muri in solitaria armonia con l’universo. La porta della chiesa ha il colore verde del mare che s’apre alla trascendenza, al misterioso significato della vita.
(antonio ragone)
È trascorsa la notte fitta di pensieri. Ora è quasi l’alba, la luna si sta spogliando del buio. L'alba tratteggia la chiara bellezza della “nostra” città che si risveglia; e lo fa senza rumore, in un’attenuata atmosfera appena brulicante di vita. Che splendide immagini! I treni della stazione, le palme nei giardini che sembrano rabbrividire al primo autunno, il trotto di un cavallo sulla strada di terra battuta, l’attacchino di manifesti che sposta “dolcemente” la scala lungo i muri in solitaria armonia con l’universo. La porta della chiesa ha il colore verde del mare che s’apre alla trascendenza, al misterioso significato della vita.
(antonio ragone)
RIELABORAZIONE DE “IL CORVO” DI EDGAR ALLAN POE.
Breve esistenza infelice, quella di Edgar Allan Poe, letterato statunitense nato a Boston nel 1809 e morto a Baltimora nel 1847, due giorni dopo che venne trovato agonizzante davanti ad una taverna, per un attacco di delirium tremens, causato da eccessi alcolici. La sua produzione letteraria analizza la sua convinzione che non esiste la vita sola in sé stessa, bensì esiste, in un tutt’uno, il binomio vita-morte. In questo contesto riesce a carpire presenze e situazioni sinistre, sgomento e angoscia, diffusa tenebra attraversata con allucinata impassibilità. Famosi i suoi Racconti del terrore e le sue Poesie, dove l’incoscienza dell’ignoto si fa metafora del mistero attraverso la simbologia di sudari ondeggianti e bizzarre apparizioni che possono essere i fantasmi che tormentano l’essenza umana. Il poema Il Corvo saccheggia il cuore e l’anima di Poe in un geometrico progetto dove convive la tenebra con l’angoscia.
Anni fa ho voluto cimentarmi nella traduzione, o meglio, rielaborazione di questo poema. Non ho l’ho rielaborato per intero, anche per questioni tecniche, come la lunghezza, ma perché ho ritenuto fermarmi laddove m’è parso aver raggiunto il mio scopo, avvicinarmi al mare, e così tralasciare la parte finale del testo, aggiungendovi una mia personale strofa.
IL CORVO
Mezzanotte cupa, io, debole e stanco, mentre medito
su voluminosi libri d'una remota conoscenza,
sopraggiunge il sonno reclinando il capo,
allora, improvviso e leggero,
un lieve tocco alla mia porta sento.
«Qualcuno forse c'è» dissi fra me «che alla mia porta bussa.
Questo soltanto o nulla più?»
Anni fa ho voluto cimentarmi nella traduzione, o meglio, rielaborazione di questo poema. Non ho l’ho rielaborato per intero, anche per questioni tecniche, come la lunghezza, ma perché ho ritenuto fermarmi laddove m’è parso aver raggiunto il mio scopo, avvicinarmi al mare, e così tralasciare la parte finale del testo, aggiungendovi una mia personale strofa.
IL CORVO
Mezzanotte cupa, io, debole e stanco, mentre medito
su voluminosi libri d'una remota conoscenza,
sopraggiunge il sonno reclinando il capo,
allora, improvviso e leggero,
un lieve tocco alla mia porta sento.
«Qualcuno forse c'è» dissi fra me «che alla mia porta bussa.
Questo soltanto o nulla più?»
Ah, chiaro è il ricordo di quel Dicembre grigio;
e dal morente tizzo percepivo al suolo i suoi fantasmi.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.
E m'inorridiva il serico, triste, incerto mormorio delle sanguigne tende,
carico coi fantastici terrori miei dapprima sconosciuti,
benché al mio cuore inquieto ripetessi:
«Qualcuno, forse, implora ingresso alla mia porta,
qualcuno, in ritardo, forse, implora ingresso alla mia porta,
questo è; e nulla più».
e dal morente tizzo percepivo al suolo i suoi fantasmi.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.
E m'inorridiva il serico, triste, incerto mormorio delle sanguigne tende,
carico coi fantastici terrori miei dapprima sconosciuti,
benché al mio cuore inquieto ripetessi:
«Qualcuno, forse, implora ingresso alla mia porta,
qualcuno, in ritardo, forse, implora ingresso alla mia porta,
questo è; e nulla più».
Il coraggio cercai più forte; e non più esitai,
«Signore»dissi, «o Signora, il vostro perdono veramente imploro;
ma il vostro tocco è così lieve e così inquieto è il sonno,
così leggera mano alla mia porta,
che ho dubitato d’aver davvero udito» - qui spalancai la porta:
C'era l'oscurità e nulla più.
Profondo in quella oscurità a lungo le tenebre fissai, attonito, timoroso,
dubitando, sognando sogni che nessun mortale ha mai osato prima.
Ma restò inviolato il silenzio, il tormentato silenzio.
E allora fu solo la mia voce, trepida, a bisbigliare «Leonore!»
e l'inquietante eco mormorò «Leonore !»
Soltanto questo e nulla più.
Ritornai alla mia camera con l'anima straziante.
Ma presto, ancora, udii bussar più forte alla mia porta.
«Certamente» dissi, «Certamente, qualcosa c'è alla mia finestra;
voglio il buio vedere e il mistero esplorare,
il turbato mio cuore calmare, e il mistero esplorare.
Ma c’è solo il vento e nulla più».
Or d'improvviso spalancai l'imposte, quando, le ali agitando,
entrò solenne un Corvo imperiale dei santi e remoti giorni,
che non l'inchino fece, o solo un attimo si fermò;
ma, con l'aspetto di cavaliere o dama, si depose sulla mia porta,
su un busto di Pallade sulla mia porta si depose,
là si sedette, e nulla più.
Allora quest'uccello d'ebano, per l'austera espressione decorosa e grave,
al sorriso ingannò la mia tristezza,
«Tu, sebbene glabra sia la tua cresta»
dissi, «un codardo certo non sei,
orribile, arcigno ed antico Corvo, che vagabondi sulle Notturne spiagge,
aprimi al mistero del tuo nome che porti sulle spiagge
delle plutonie Notti!».
Disse l'imperiale Corvo: «Mai più».
O meraviglia per questo uccello sgraziato dissertare così chiaramente,
sebbene la sua risposta fu di così poca consistenza;
Nessun essere umano certo ha mai visto
un uccello sopra la sua porta
uccello o bestia sul busto scolpito sopra la sua porta
con un così strano nome: Mai più.
Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Null'altro proferì, non agitò le ali.
Fintanto che non bisbigliai: «Altri amici son già volati via, già tanti,
e appena giorno egli mi lascerà, le mie Speranze, anch'esse,
voleranno via».
Allora l'uccello disse: «Mai più».
Quale orrore per me fu quella risposta calma nell’angosciante silenzio,
«Indubbiamente» mi dissi «quel che dice non è che unica sua scorta
carpita a un infelice padrone sull’orlo d’un impietoso Disastro,
inseguito veloce, e più veloce, fin quando melodiosi
non furono i suoi canti,
una melodia funebre i canti malinconici della sua Speranza:
«Mai, mai più».
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………
Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.
(Di certo il Corvo, burrascosi
oceani ha attraversato,
chiuso in violenti turbini,
per raggiungermi al lontano castello
sopra salmastre rocce).
Rielaborazione di Antonio Ragone
«Signore»dissi, «o Signora, il vostro perdono veramente imploro;
ma il vostro tocco è così lieve e così inquieto è il sonno,
così leggera mano alla mia porta,
che ho dubitato d’aver davvero udito» - qui spalancai la porta:
C'era l'oscurità e nulla più.
Profondo in quella oscurità a lungo le tenebre fissai, attonito, timoroso,
dubitando, sognando sogni che nessun mortale ha mai osato prima.
Ma restò inviolato il silenzio, il tormentato silenzio.
E allora fu solo la mia voce, trepida, a bisbigliare «Leonore!»
e l'inquietante eco mormorò «Leonore !»
Soltanto questo e nulla più.
Ritornai alla mia camera con l'anima straziante.
Ma presto, ancora, udii bussar più forte alla mia porta.
«Certamente» dissi, «Certamente, qualcosa c'è alla mia finestra;
voglio il buio vedere e il mistero esplorare,
il turbato mio cuore calmare, e il mistero esplorare.
Ma c’è solo il vento e nulla più».
Or d'improvviso spalancai l'imposte, quando, le ali agitando,
entrò solenne un Corvo imperiale dei santi e remoti giorni,
che non l'inchino fece, o solo un attimo si fermò;
ma, con l'aspetto di cavaliere o dama, si depose sulla mia porta,
su un busto di Pallade sulla mia porta si depose,
là si sedette, e nulla più.
Allora quest'uccello d'ebano, per l'austera espressione decorosa e grave,
al sorriso ingannò la mia tristezza,
«Tu, sebbene glabra sia la tua cresta»
dissi, «un codardo certo non sei,
orribile, arcigno ed antico Corvo, che vagabondi sulle Notturne spiagge,
aprimi al mistero del tuo nome che porti sulle spiagge
delle plutonie Notti!».
Disse l'imperiale Corvo: «Mai più».
O meraviglia per questo uccello sgraziato dissertare così chiaramente,
sebbene la sua risposta fu di così poca consistenza;
Nessun essere umano certo ha mai visto
un uccello sopra la sua porta
uccello o bestia sul busto scolpito sopra la sua porta
con un così strano nome: Mai più.
Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Null'altro proferì, non agitò le ali.
Fintanto che non bisbigliai: «Altri amici son già volati via, già tanti,
e appena giorno egli mi lascerà, le mie Speranze, anch'esse,
voleranno via».
Allora l'uccello disse: «Mai più».
Quale orrore per me fu quella risposta calma nell’angosciante silenzio,
«Indubbiamente» mi dissi «quel che dice non è che unica sua scorta
carpita a un infelice padrone sull’orlo d’un impietoso Disastro,
inseguito veloce, e più veloce, fin quando melodiosi
non furono i suoi canti,
una melodia funebre i canti malinconici della sua Speranza:
«Mai, mai più».
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………
Ma il Corvo, seduto solitario sul placido busto, ha solo detto
quella parola, come se la sua anima fosse solo quella parola.
Desideravo l'impaziente giorno, ai miei libri invano imploravo
conforto per il tormento della Leonore perduta,
per la fanciulla rara e raggiante che gli angeli chiamano Leonore,
che, ormai, per sempre, qui, nessuno chiamerà.
(Di certo il Corvo, burrascosi
oceani ha attraversato,
chiuso in violenti turbini,
per raggiungermi al lontano castello
sopra salmastre rocce).
Rielaborazione di Antonio Ragone
(da Edgar Allan Poe: “The raven and other poems”)
(da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria - 2007)
(da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria - 2007)
Iscriviti a:
Post (Atom)
Post più popolari
-
Nell’invocazione iniziale in latino mater dulcissima , che ricorda le litanie in onore della Madre di Gesù, è condensato l’affetto quasi rel...
-
L’amore per la vecchia casa e per gli affetti che un tempo essa racchiuse fra le sue mura rinasce al ritrovarla, e ha il sapore d’una...
-
Salerno, rima d'inverno, o dolcissimo inverno. Salerno, rima d'eterno. Alfonso Gatto Una poesia, Salerno, tre versi soli,...


